cibo genetica

Ciò che mangiamo è più buono grazie alla genetica

13-maggio-2019

Il rapporto tra cibo e genetica, tra cosa è “naturale” e cosa no, segna spesso le conversazioni sulle politiche legate alla produzione e al consumo alimentare. Il marketing sfrutta da tempo queste dicotomie per promuovere prodotti legati a una qualche “tradizione” da preservare. Alcuni movimenti culturali poi contribuiscono a complicare il quadro, offrendo una narrazione della produzione e consumo di cibo molto distante dalla realtà. Il genetista Roberto Defez è intervenuto sull’argomento in un articolo per la Domenica del Sole 24 Ore di ieri, che riportiamo.

Oggi il cibo viene narrato come fosse un dono mitologico o una favola per bambini ignoranti. Spesso usando gli stereotipi del cibo «naturale», quasi che gli dei delle fonti e delle vallate ci accudissero. La narrazione buonista che ci accompagna è che tutto quello che si fa sul suolo patrio è buono, pulito e giusto, oppure che l’Italia invade il pianeta con le sue produzioni d’eccellenza.

Invece la produzione di cibo è una questione straordinariamente seria e complessa che richiede di avere alle spalle un Paese coeso e capace di progettare il suo futuro nei decenni a venire monitorando e migliorando la sicurezza alimentare e presidiando, mediante la genomica, alcune coltivazioni strategiche per il Paese.

I numeri dicono che in pochi decenni abbiamo visto crollare l’autosufficienza alimentare da oltre il 90 per cento a quasi il 70 per cento di quanto mettiamo in tavola. La nostra bilancia agroalimentare è in rosso fisso da trent’anni almeno con deficit di almeno quattro miliardi di euro l’anno ogni anno. Ma non basta. Con le nuove tecnologie del genome editing alle porte, potremmo vedere crollare ancora di più la nostra autonomia alimentare. Questa volta non per l’arrivo di piante o alimenti tutti uguali e tutti insapori, ma anzi per l’arrivo di cibi più buoni, più nutrienti, più saporiti e con un molto minore utilizzo di agrofarmaci rispetto a quelli che noi stessi coltiviamo.

Il genome editing è anche detto correzione delle bozze, quasi fosse un testo scritto al computer in cui un assistente ci segnala delle difformità. Ora questo sistema è diventato tanto raffinato da correggere non più un’intera frase o una singola parola, ma può cambiare un accento grave in uno acuto su una singola vocale. Ma questo sistema ha bisogno, come un GPS, di conoscere l’intera mappa del luogo dove va ad agire. Con la genetica e varie tecnologie abbiamo già abbassato i costi della nostra spesa quotidiana, elevato di molto la qualità ed il gusto di molti prodotti e ridotto gli sprechi alimentari, facilitato il compito di fare la spesa e migliorato la varietà degli alimenti che mettiamo in tavola. Noi non ci rendiamo conto, ma quasi nulla di quello che mangiamo esisteva pochi anni fa. Una banale insalata è geneticamente migliorata due volte l’anno per trovare varietà resistenti ai funghi che le fanno marcire. Le tecnologie di raccolta e conservazione hanno fatto passi da gigante e ci hanno migliorato la vita e la salute (oltre che svuotato meno il portafogli).

Poi è rassicurante farsi cullare dalle favole o farci ammaliare dal racconto dei frutti di una benevola Dea Natura, ma come dimostra il crescere vertiginoso della bolletta del nostro import, sarebbe più saggio progettare le innovazioni utili al nostro Paese e alla nostra cultura agroalimentare. Ad esempio investendo in tecnologie di precisione e nel miglioramento genetico. Casomai chiedendo ad uno scienziato di accompagnarci a fare la spesa al mercato per vedere cosa mangiamo oggi di eccellente rispetto a quello che potevamo trovare quarant’anni fa.

(Foto di Alexandr Podvalny su Unsplash)

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