costruire nuovi inceneritori

Come intervenire sul problema dei rifiuti?

21-novembre-2018

La discussione in merito al recupero e smaltimento dei rifiuti in Italia, sollevata nei giorni scorsi da alcune dichiarazioni di ministri del governo, si è incentrata tutta su un punto: costruire nuovi inceneritori oppure no? Quello dei rifiuti è però un sistema molto complesso, che non può essere riformato intervenendo su uno solo dei tanti strumenti di cui si compone. Citando esplicitamente gli inceneritori, si solleva subito un tema scomodo, che divide e coinvolge emotivamente, rendendo difficile una discussione ragionata. Come ha spiegato il direttore generale dell’Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) Alessandro Bratti, nel corso della trasmissione Tutta la città ne parla andata in onda il 19 novembre su Radio3, a dare la direzione in tema di gestione dei rifiuti sono le direttive europee. Queste spingono sempre più verso il recupero, e sempre meno verso lo smaltimento.

Il recupero parte dalla raccolta differenziata, e prosegue con impianti di smistamento, trattamento, trasformazione e riutilizzo. In questo processo, c’è sempre del materiale che non può essere assorbito dal circuito del riciclo, e che incontra due strade possibili: l’inceneritore oppure la discarica. Come spiega l’ultimo rapporto Ispra sui rifiuti urbani (che sono 30 milioni di tonnellate all’anno, mentre si parla troppo poco di quelli industriali, che sono 135 milioni di tonnellate), attualmente finisce nelle discariche circa il 25 per cento dei rifiuti, mentre entro il 2035 dovremo scendere sotto il 10 per cento per rispettare le norme europee. È anche vero, come ha spiegato sempre Bratti, che si sta lavorando al fine di rendere sempre più efficiente il sistema di recupero dei materiali, quindi un giorno gli inceneritori potrebbero arrivare a essere uno strumento del tutto residuale e marginale.

Attualmente, però, vista la riconosciuta dannosità per l’ambiente e per la salute umana delle discariche, converrebbe dotarsi di impianti adeguati a gestire il materiale che non si può riciclare. Peraltro non è nemmeno più necessario distinguere tra inceneritori e termovalorizzatori, visto che ormai tutte le strutture in cui si bruciano rifiuti producono anche energia, che può essere usata per esempio per il teleriscaldamento (come avviene a Brescia).

Quando si tira fuori questo argomento, viene sempre citata la Campania come centro del problema, a causa soprattutto della cosiddetta “Terra dei fuochi”. In realtà, i numerosi incendi appiccati anche in altre zone d’Italia, tra cui Milano, dimostrano che il problema è molto più diffuso e complesso. Su questi ultimi, un peso l’ha avuto il venir meno di un mercato molto importante per la vendita di materiale riciclato. La Cina ha infatti deciso di ridurre drasticamente le importazioni, contribuendo così all’accumulo di materiale negli impianti dei Paesi che esportavano lì i loro prodotti, tra cui l’Italia. Per uscire da questa situazione, è capitato che alcuni imprenditori si siano rivolti alla criminalità organizzata, per fare in modo che il materiale accumulato venisse portato in aree isolate (vecchi capannoni industriali abbandonati) e dato alle fiamme.

In termini di impianti e di raccolta, invece, tutto sommato la Campania non è tra le regioni più problematiche, attestandosi al 51,6 per cento di raccolta differenziata rispetto al totale dei rifiuti prodotti. Lontana, ma non così tanto, dal 65 per cento richiesto dall’Unione europea. Ben al di sotto si situa invece la Sicilia, che nel 2016 ha differenziato solo il 15,4 per cento dei rifiuti. Inoltre, sempre in Sicilia (del tutto priva di inceneritori), l’80 per cento dei rifiuti finisce in discarica.

Il problema è dunque molto complesso, e forse più che parlare di “inceneritori” bisognerebbe ragionare in un’ottica più di sistema, affrontando i problemi di tutta la filiera e le fortissime divergenze che si registrano nei vari territori. «Una volta fatto il massimo di recupero – si chiede Bratti –, l’impiantistica attuale in Italia è sufficiente per gestire la parte che deve per forza essere messa in discarica o incenerita? O c’è bisogno di qualche impianto ulteriore? L’economia circolare non è una poesia ma è un sistema industriale fatto di impianti, di recupero, trattamento e smaltimento. Se non si costruiscono non funziona niente».

(Foto di Ed Hawco su flickr)

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