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Facebook riceve i vostri dati prima che gli diate il permesso

08-gennaio-2019

Facebook ha un problema con la gestione con il rispetto delle norme europee sulla trasmissione dei dati degli utenti. Ormai non è una novità, lo si è letto molte volte. Un gruppo di ricercatori, riunito nell’associazione Privacy International, ha scritto un report in cui racconta come il grande social network riceva informazioni da numerose altre applicazioni, anche prima che l’utente abbia fornito il proprio consenso. Come spiega il Financial Times, tra queste ci sono app popolari come Skyscanner, TripAdvisor e MyFitnessPal. Lo studio è stato condotto su un campione di 34 app tra le più scaricate e utilizzate in ambiente Android.

Privacy International ha scoperto che almeno 20 di queste inviano alcuni dati a Facebook nel momento in cui sono scaricate e aperte sul telefono, prima ancora che all’utente sia chiesto il permesso di farlo. A seconda dei casi, le informazioni inviate possono includere il nome dell’app, l’ID unico dell’utente su Google e il numero di volte in cui l’app è stata aperta e chiusa da quando è stata installata.

Alcune applicazioni, come Kayak (che si occupa di viaggi), inviano a Facebook anche le informazioni sulle ricerche fatte dagli utenti sul proprio motore di ricerca. Queste possono includere le date di partenza, se l’utente viaggia o meno con bambini al seguito e quali voli e destinazioni ha ricercato. La ricercatrice Frederike Kaltheruner ha sottolineato come, mentre la responsabilità sul rispetto delle norme sulla gestione dei dati degli utenti ricade sullo sviluppatore di ciascuna app, c’è un problema nel kit di sviluppo software messo a disposizione da Facebook. Questo infatti non dava, fino a qualche mese fa, la possibilità di attendere il consenso dell’utente prima di inviare le informazioni. Facebook ha poi messo a disposizione un aggiornamento del pacchetto di sviluppo, che però deve essere manualmente scaricato e implementato nelle app da parte dei diversi sviluppatori. Cosa che non è stata fatta da tutti, tanto che i ricercatori si sono accorti che, a dicembre 2018 (mesi dopo l’entrata in vigore del GDPR, la nuova normativa sulla privacy dell’Unione europea), molte app integravano ancora la vecchia versione del kit di sviluppo.

Trattandosi di app per lo più gratuite, è chiaro che questo sistema ha un potenziale economico e commerciale molto alto, perché permette di raccogliere e incrociare una serie di informazioni molto precise sui desideri e le preferenze degli utenti.

Inoltre, l’analisi dei dati raccolti può permettere di “de-anonimizzare” le informazioni collegandole tra loro, attività espressamente vietata dal GDPR. Facebook è in grado di associare un ID Android con il profilo di un utente sulla sua piattaforma, identificandolo e aggiornando costantemente le sue informazioni. «Per esempio», scrivono i ricercatori, «una persona che ha installato le seguenti app che abbiamo testato, Qibla Connect (una app per le preghiere dei musulmani), Period Tracker Clue (per il tracking del ciclo di ovulazione femminile), Indeed (per la ricerca di lavoro) e My Talking Tom (app per bambini), può potenzialmente essere profilata come probabilmente donna, musulmana, in cerca di lavoro e madre».

Secondo una ricerca precedente dell’università di Oxford, il 43 per cento delle app gratuite disponibili su Google Play store sono in grado di condividere dati con Facebook, facendo del social network il secondo tracker di terze parti a livello assoluto, dopo Alphabet (società madre di Google).

Il 2019 si apre con molti dubbi e incertezze sul futuro delle grandi compagnie tecnologiche (le cosiddette Faangs: Facebook, Apple, Amazon, Netflix e Google), anche a causa della regolamentazione delle loro attività e dell’adattabilità dei diversi modelli di business rispetto ai cambiamenti esterni. Il tema della gestione dei dati degli utenti sarà uno degli elementi da tenere d’occhio.

(Foto di Markus Spiske su Unsplash)

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