don ciotti laurea ad honorem

La laurea ad honorem a Don Ciotti

29-novembre-2018

Dev’essere strano, per chi ha consacrato la propria vita alla strada e alla relazione diretta con gli ultimi, ritrovarsi dentro un’aula magna, con una toga sulle spalle e una laurea ad honorem in Psicologia dell’intervento clinico e sociale sotto il braccio. È successo qualche giorno fa a don Luigi Ciotti, che è stato insignito del prestigioso titolo all’Università degli studi di Parma. La storia di don Ciotti è nota a molti perché le attività del parroco, originario della provincia di Belluno, l’hanno sempre portato in mezzo alla gente, e a prendere posizioni anche scomode, per le quali ha fatto parlare di sé.

Negli anni ‘60 ha fondato il gruppo Abele, che promuove l’inclusione e la giustizia sociale, ispirato anche al pensiero e all’azione di Franco Basaglia. Negli anni ‘90 ha poi fondato l’associazione Libera, con la quale ha allargato i suoi orizzonti e il suo impegno alla denuncia e al contrasto alla criminalità organizzata, dando vita a una rete che coinvolge migliaia di persone e attivisti in tutto il Paese. Nella discussione della sua tesi don Ciotti ha usato alcune parole chiave, sulle quali è tornato più volte: persona, relazione, speranza, accoglienza, ma anche ambiente.

La strada, dove maggiormente si è incentrata la sua azione – anche grazie a padre Michele Pellegrino, che nell’ordinarlo sacerdote gliel’ha assegnata simbolicamente come parrocchia –, è il luogo in cui il sapere si confronta con la pratica. Lì avviene l’incontro con le persone, con chi ha bisogno. Dall’incontro nasce la relazione, e da questa la speranza. Speranza di cambiamento, dice don Ciotti, che è la base per lo sviluppo della persona. In strada, con le persone, si ha la possibilità di sviluppare empatia, di cogliere la fragilità dell’altro. E in essa si riconosce anche la propria: spesso chi si crede troppo solido è accecato dal cinismo, ha perso la capacità di entrare in relazione. Vale a livello individuale ma anche collettivo: una società che riconosce la propria fragilità sa accogliere, perché la riconosce nell’altro, e gli offre un rifugio.

«Oggi ci fanno credere che accogliere sia un atto eversivo», continua don Ciotti, quando invece si tratta semplicemente di un obbligo morale ed etico. Don Ciotti ha paura non solo di chi odia e di chi rifiuta, ma anche di chi si dice neutrale, rinunciando a prendere posizione. C’è invece bisogno di impegno sociale, che rifiuta la delega. L’accoglienza è civiltà, ed è responsabilità. Don Ciotti invoca lo sviluppo di un cittadino “a tempo pieno”, responsabile non solo in casi di emergenza, quando più facilmente ci troviamo uniti dall’emotività del momento. Un principio facilmente riconducibile anche alla donazione di sangue, che diventa atto di responsabilità in quanto periodica, programmata, volontaria (oltre che gratuita, anonima, apartitica, aconfessionale).

Don Ciotti parla di rivoluzione culturale, ricordando il suo vecchio amico Tullio De Mauro, celebre linguista, che lo metteva in guardia dalla minaccia dell’analfabetismo di ritorno, che riguarda almeno sei milioni di persone in Italia. La società di oggi è dominata da alcune paure: la solitudine, la paura del cambiamento, la perdita di memoria e quindi la crisi d’identità, la paura del diverso. Ne è vittima chi ha perso di vista l’importanza della relazione, scambiandola per il contatto che ci è permesso con grande facilità dalle innovazioni digitali.

Nel suo essere uomo di fede del tutto immerso nel mondo e nella sua complessità, don Ciotti non dimentica l’ambiente. Cita un’enciclica di papa Francesco, nella quale il pontefice invoca una “conversione ecologica” dell’uomo, facendo riferimento all’aspetto sistemico della realtà. Ogni cosa del nostro mondo non è isolata dal resto, ma vive in una continua interazione. La crisi dell’uomo e quella dell’ambiente sono dunque legate e inscindibili. Cambiare il nostro modo di pensare vuol dire essere consapevoli di questa interdipendenza. Dimenticare i poveri o l’ambiente è altrettanto grave, perché fanno parte di uno stesso sistema integrato, che chiama in causa ognuno di noi.

(Foto di Città di Parma su flickr)

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *