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Donne di scienza

21-novembre-2016

La storia della scienza è segnata soprattutto da nomi maschili. Anche oggi ci sono vari ostacoli che rendono più difficile alle donne un giusto riconoscimento in termini di carriera in questo settore. Un lungo e documentato articolo della matematica Marta Maria Casetti, su il Tascabile, ricostruisce la vicenda e le cause. Ne proponiamo un estratto.

È il 1915 a Göttingen. Emmy Noether scrive teoremi che cambieranno il corso dell’algebra astratta, della topologia e di un campo che ancora non esiste: la meccanica quantistica. Il suo maestro David Hilbert, già riconosciuto come uno dei più rivoluzionari matematici della Storia, propone di darle una cattedra. Hilbert ricorda ai suoi colleghi che la separazione dei sessi non ha senso quando la scienza è una sola, li provoca: “il Senato Accademico non è un bagno turco”. Emmy Noether non avrà comunque la cattedra.

È il 1952 a Londra. Rosalind Franklin ha perfezionato un microscopio ai raggi X, scatta una fotografia. Vede “due catene distinte”, le descrive in una nota che non viene pubblicata ufficialmente. I suoi colleghi James Watson, Francis Crick e Maurice Wilkins riescono comunque a mettere le mani su quei lavori. Saranno loro a vincere il Premio Nobel, quattro anni dopo la morte di Franklin, per la scoperta della struttura del DNA. Scoperta basata sui lavori della Franklin, che non verrà citata nelle motivazioni del premio.

Le donne che vogliono lavorare in campo scientifico si scontrano fin troppo spesso con il cosiddetto glass ceiling, il “soffitto di vetro” trasparente che permette di guardare in alto ma non di fare carriera. La storia ne fornisce molti esempi, alcuni più celebri, altri noti per lo più tra specialisti. Sono aneddoti che ricordano quanto una scienziata possa soffrire solo perché non è un uomo: ma gli ostacoli sulla strada di una donna che vuole fare scienza, oggi, sono in larga parte meno eclatanti e più insidiosi. Sono delle micro-aggressioni, un sistema fatto a misura di maschio che spesso ignora gli effetti di una società sessista raccontandosi che “La scienza non fa distinzioni, gli scienziati sono tutti esseri razionali”.

Una donna che vuole fare scienza deve studiare, ovviamente. Ma è più difficile che una bambina o un’adolescente dedichi il suo tempo libero a un hobby scientifico: già da piccola vede i giocattoli divisi in base al genere, con macchine e kit scientifici “per maschietti”, mentre Barbie Teen Talk, la Barbie che parla come un’adolescente, dice che “L’ora di matematica è difficile!” Questo rende più improbabile che una donna arrivi all’università con delle conoscenze extracurriculari nel settore scientifico, ad esempio un linguaggio di programmazione troppo complesso per avere spazio in un corso del liceo. E anche se ha la possibilità di frequentare attività extrascolastiche, una ragazza sarà spesso l’unica donna nella classe, cosa che la farà spesso sentire isolata e al centro dell’attenzione. Per esempio, porterà sulle sue spalle il peso del rappresentare tutto il suo genere: se non capisce un passaggio, la conclusione “tutte le donne non capiscono” è dietro l’angolo, mentre i suoi compagni maschi saranno “uno dei tanti” a cui un errore può capitare.

A questa disparità è possibile rimediare, anche a livello universitario. Un esempio virtuoso viene dal Mudd College, in California. Il curriculum del primo anno include molte classi per principianti assoluti, in cui gli studenti che arrivano già preparati sono invitati a non rispondere a tutte le domande in classe e non intimidire i compagni alle prime armi. Anche il linguaggio di programmazione usato per gli esempi è stato cambiato, dal più astruso Java al più immediato Python. Per capire la differenza tra i due, basta pensare che il primo esercizio “standard” di un corso consiste nello scrivere “hello”: questo richiede cinque linee di codice in Java e due parole in Python (“print” e “hello”). Risultato: ci sono studentesse che tra la Cornell University (tra le prime venti nel mondo) e il Mudd College scelgono più volentieri il secondo, che vanta il 55 per cento di laureate in Computer Science e un’altissima percentuale di PhD in altre università.

Le donne che si lamentano del sessismo tra scienziati sono spesso accusate di vittimismo. Ma è proprio una pletora di studi scientifici, basati su dati oggettivi, a dimostrare che un curriculum vitae con un nome femminile fa istintivamente pensare a una persona meno competente, a un collega la cui ricerca è meno interessante: assumere una donna sembra un investimento peggiore di tempo e risorse. Uno studio dell’Università di Yale misura l’impatto del fenomeno in termini di posti e di salario; lo stesso studio mostra come il pregiudizio sia comune tra le donne tanto quanto tra i loro colleghi maschi. Anche la minore probabilità che gli articoli firmati da una donna siano accettati da una rivista peer reviewed (cioè soggetta a revisione paritaria da altri scienziati) e, una volta accettati, siano citati da altri è misurabile: ad esempio, Neven Capler, Sandro Tacchella e Simon Birrer hanno esaminato i dati nel campo dell’astronomia.

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Fonte foto: flickr

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