giovani e ambiente

Giovani e ambiente: le nostre parole per il 2019

21-dicembre-2018

Come ultimo post di questo 2018, ci teniamo a lasciarvi con un messaggio positivo. Proviamo a farlo a partire da due parole che hanno avuto un ruolo particolare nello svolgersi di quest’anno, e che lo avranno sempre di più in futuro: giovani e ambiente. Parole neutre di per sé, che si colorano di sfumature positive o negative a seconda del contesto.

Quest’anno si è parlato, ma non è una novità, dei tanti giovani che se ne vanno, in cerca di nuove esperienze e migliori condizioni, e dei pochi che tornano, per mettere a frutto ciò che hanno imparato e dare un valore aggiunto al proprio Paese d’origine.

Dal canto suo l’ambiente ha riempito le pagine di attualità soprattutto a seguito dei disastri provocati da eventi naturali di portata e frequenza inedite nella storia recente del pianeta. Ci siamo abituati a leggere e a passare oltre queste notizie, che ci smuovono qualcosa dentro solo quando parlano di cose vicine a noi, a livello geografico o affettivo. Ambiente non è una parola che fa appello immediato alle emozioni, e anche per questo l’abbiamo scelta.

Attirare l’attenzione dei lettori quando si parla di cose positive, o troppo complesse, o che non fanno appello alle emozioni più immediate, è molto difficile. Lo sa bene chi prova a parlare di Siria, di Yemen, di crisi e guerre dimenticate. Parlare di ambiente “funziona” se ci sono di mezzo eventi drammatici e spettacolari come terremoti, incendi, alluvioni, che poi comunque si dimenticheranno in fretta, per passare a qualcosa di più emozionante. Lo stesso vale per i giovani: se ne parla quando sono disoccupati, quando migrano, quando sono costretti a nascondere di avere una laurea per ambire a lavori non qualificati, poco retribuiti e per nulla soddisfacenti.

Ma (e veniamo al messaggio positivo) ci sono tanti giovani che hanno capito l’importanza di darsi da fare per rendere questo mondo un po’ più simile a come lo vorremmo. Non con le armi della comoda denuncia da tastiera, copiando e incollando contenuti preconfezionati (spesso con intenti tutt’altro che nobili) da altri. Bensì muovendosi in prima persona, per andare a vedere com’è fatta la realtà, a cercare di capirla, per poi raccontarne un pezzettino.

Un esempio di questa folta schiera, che non fa rumore ma lavora con professionalità e competenza, era Antonio Megalizzi, portato via dalla violenza di uno sconosciuto (altrettanto giovane, ma spinto da ideali opposti e sbagliati). Continuano a esserne esempi tutti i suoi colleghi di Europhonica, il network radiofonico gestito da giovani e studenti di tutta Europa per cui Megalizzi raccontava i lavori delle istituzioni europee.

E lo sono anche i giovani di tutta Europa che prestano servizio per la testata Giornalisti nell’Erba, che si occupa di ambiente provando a raccontarlo nella sua complessità. Proprio per questo lamentano il pressapochismo e l’eccessiva semplificazione con cui molti giornali hanno affrontato la COP24 di Katowice: bollata come di un fallimento, annunciato quanto realizzato. Chiunque segua da vicino le vicende legate agli accordi internazionali, è ben consapevole di quanto sia difficile mettere d’accordo capi di stato e portavoce con interessi diversi e contrastanti. Perché l’obiettivo, in questi casi, è arrivare a un testo approvato all’unanimità. Serve a poco quindi liquidare il risultato come “insufficiente” o “deludente”. È ovvio che qualunque accordo sarà entrambe queste cose, almeno in parte. Ma in altra parte sarà “efficace” e “promettente”. Come scrive il sito Climalteranti, «Dopo quindici giorni di negoziato serrato e prolungato, durato un giorno più del previsto, la COP24 di Katowice ha prodotto in sostanza quasi tutto quello che era chiamata a fare, risultato nient’affatto scontato». In questi casi, insomma, ci si deve accontentare di quello che c’è, e pensare che comunque si stanno facendo dei passi avanti, per quanto difficili da rendere nel linguaggio spettacolare a cui ci hanno abituati i media.

Chiudiamo il post, e l’anno, con l’esortazione della direttrice di Giornalisti nell’Erba Paola Bolaffio, che conclude così il report sulla COP24: «Quel che non deve mai accadere è che rinunciamo noi cittadini alla lotta per una politica, un’economia, una società “ambiziosa”, per dirla nei termini delle conferenze sul clima. Perché se noi “rinunciamo”, se noi non lottiamo, non ci informiamo correttamente, non alziamo la voce, per chi è al governo pochi anni e deve rispondere alle nostre “necessità urgenti” di lavoro e disoccupazione, crisi, pensioni, immigrazione, criminalità, finanziarie, promesse elettorali, sussidi ed altre varie ed eventuali, non c’è forte motivazione ad occuparsi seriamente e investire i soldi nostri in politiche climatiche e strategie a breve, medio e lungo periodo, sia in casa che in aiuti a coloro che abbiamo messo già ora in seri guai. Chi “ci rinuncia” su Facebook dando la colpa dei “quasi-fallimenti” ai governi, sarebbe disposto, tanto per dire, a cacciare un po’ di soldi di tasca sua in termini di tasse per fornire ai paesi vulnerabili gli aiuti per adattarsi o anche fuggire, e a quelli in via di sviluppo i mezzi per ridurre le emissioni? Lo chiedo non a caso, ma perché questo è proprio uno dei nodi della COP. Al di là dei commenti disfattisti, quindi, chi ha voglia di fare qualcosa per davvero cominci a darsi da fare subito. Tocca a ciascuno di noi. Chiedere. Gridare».

(Foto di Flo Karr su Unsplash)

Con questo post ZeroNegativo si prende una piccola pausa, le pubblicazioni riprenderanno il 7 gennaio.
Auguri di buone feste e felice 2019 dalla redazione e dall’Avis di Legnano!

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