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Internet e i pericoli per la democrazia

11-settembre-2017

In Italia è da tempo in corso un acceso dibattito sui rischi che la rete comporterebbe per la tenuta della democrazia. Hate speech e fake news, tra le altre, sono diventate espressioni sempre più ricorrenti per denunciare i “mali” della rete. I giuristi Carlo Melzi d’Eril e Giulio Enea Vigevani propongono una riflessione disincantata sul tema in un articolo per la Domenica del Sole 24 Ore di ieri, che riportiamo.

Da qualche tempo si moltiplicano gli allarmi sui più diversi danni provocati da internet. Forse l’ultimo in ordine di tempo è quello che vedrebbe nella rete un pericolo per la democrazia, piuttosto che uno strumento per la sua diffusione anche fuori dai confini tradizionali.

Il ragionamento, se si è bene inteso, sarebbe più o meno questo: la libertà di manifestazione del pensiero, con il suo ampio riconoscimento, è intimamente collegata alla forma di Stato democratico, ove il corpo elettorale deve conoscere per deliberare. Il modo migliore per far sì che ognuno “conosca”, ovvero si formi un’opinione consapevole, è quello di avere una informazione professionale plurale, libera e autorevole, che favorisca il confronto tra idee opposte. Tuttavia, l’avvento di internet ha consentito a chiunque di produrre dati e informazioni, circostanza che ha determinato una proliferazione di notizie incontrollate, spesso false, a volte create ad arte da poteri che restano nell’ombra e condizionano a proprio favore il dibattito pubblico. Inoltre, internet e soprattutto i social media tendono a creare luoghi virtuali in cui si dialoga solo con chi la pensa allo stesso modo, limitando il confronto tra idee diverse e polarizzando le posizioni. Infine, i grandi gestori della rete, i cosiddetti Over The Top, Google, Facebook, Amazon, tanto per fare nomi, vampirizzano i contenuti elaborati e pagati dalle tradizionali aziende editoriali, acuendone così la crisi.

Conseguenza di questi fenomeni sarebbe un drastico abbassamento della qualità dell’informazione, che si riverbera sulla qualità della democrazia, vista, senza mezzi termini, in balia di un rischio vero. Questa posizione, pure evidenziando alcuni problemi seri, ci sembra peccare di un certo qual catastrofismo e di una diffidenza eccessiva verso la modernità. Alla nascita di ogni nuovo mezzo l’ordinamento ha sempre reagito con diffidenza, tentando di limitarne la potenza espansiva, soprattutto se in grado di diffondere fatti e opinioni oltre i lettori dei giornali, una minoranza anche prima dell’attuale crollo di vendite di questi ultimi. È accaduto con il cinema, sin dall’origine accusato di instillare nelle masse idee velenose e di corrompere i costumi e tuttora sottoposto a forme di censura. È accaduto con la radio e la televisione, per lunghi decenni monopoli dello Stato, anche per la loro particolare capacità di “parlare al popolo”, di orientarne gusti e opinioni, e ancora oggi sottoposte a una disciplina più rigorosa, specie per quanto concerne la comunicazione politica.

Una reazione non troppo diversa ci pare stia subendo la rete. Richiami nostalgici ai bei tempi andati fatti solo di carta stampata; l’invocazione di poteri censori o in ogni caso preventivi rispetto alla pronuncia di un’autorità sulla sussistenza di un illecito; disegni di legge in cui viene introdotto il reato di “falso in rete”, sono tutti segnali in questo senso. Oggi l’istanza volta a preservare i boni mores sembra essere recessiva, come pure forse quella tesa a evitare la diffusione di dottrine politiche nuove e come tali pericolose.

L’accento viene posto di più su altri rischi, come si è appena accennato. Fake news, carenza di professionalità dei “produttori” delle notizie, tendenza alle “gabbie comunicative” sono indicati tra i “mali” del momento. Nessuno di essi, però, ci pare inedito, a meno di non essere preda della sindrome del “vecchio zio”, per cui quella tramontata è per definizione l’età dell’oro. Anche in passato, è cosa nota, i media hanno diffuso, più o meno maliziosamente, fatti falsi; verità gesuitiche (frammenti fallaci di verità); dati non adeguatamente controllati e i lettori si sono polarizzati in base alle personali preferenze di ciascuno. Ci sembra che su questi punti si possa restare ancorati alle regole collaudate, secondo le quali la libertà di espressione prevede anche quella di affermare il falso (a meno che ciò non comporti la violazione di un bene giuridico di interesse collettivo o individuale) e il pubblico sceglie la “testata” o il mezzo di informazione che più piace.

Sperando di evitare ogni retorica e ingenuità da “figli dei bit”, restiamo dell’idea che internet sia l’invenzione che negli ultimi secoli ha garantito la massima espansione del free speech, consentendo a tutti di far sentire la propria voce. Quanto questa voce debba essere considerata autorevole, è decisione che lasciamo volentieri al libero mercato: in materia non conosciamo un meccanismo migliore, poiché gli altri implicano il giudizio di una autorità, che di rado non ha interessi in conflitto.

Un problema nuovo però esiste. Ed è forse il problema della rete, ovvero la facilità con cui si può schermare la propria identità. Se lo Stato vuole intervenire, potrebbe – e anzi forse dovrebbe – indurre la riduzione dell’anonimato. Ad esempio, favorendo i provider che indichino la provenienza dei messaggi. In ogni caso, non vorremmo peccare di ottimismo sciocco e sottovalutare i pericoli della rete. Quest’ultima, però, ci sembra, come lo sono stati altri prima di lei, uno strumento, da trattare – e disciplinare – con attenzione, ma anche da guardare con un sano disincanto. E allora, la parola definitiva ci pare sia stata detta da Corrado Guzzanti che così spiegava internet: «Se io ho questo nuovo mezzo, la possibilità cioè di veicolare un numero enorme di informazioni, in un microsecondo, mettiamo caso a un abboriggeno dalla parte opposta del pianeta… ma il problema è: abboriggeno, ma io e te… che c. se dovemo di’?».

Fonte foto: flickr

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