tassa sulle rimesse

La nuova tassa sulle rimesse di denaro

30-novembre-2018

Le rimesse di denaro verso altri paesi sono state di circa 5 miliardi nel 2017. Mediamente, le commissioni trattenute dalle società che effettuano il servizio sono del 6,2 per cento, per un totale di 335 milioni di euro. Uno dei partiti di maggioranza, la Lega, ha proposto di inserire nella legge di conversione del decreto fiscale un emendamento che aggiungerebbe un’ulteriore aggravio su queste operazioni, ossia una tassa dell’1,5 per cento. L’imposta si applicherebbe dal primo gennaio 2019 solo ai trasferimenti effettuati verso Paesi non appartenenti all’Unione europea, per importi di almeno 10 euro.

Si tratterebbe di un ipotetico guadagno per lo Stato di circa 63 milioni di euro all’anno, una cifra molto modesta per il bilancio pubblico. Non è difficile però intuire su chi andranno a pesare questi soldi, in larghissima parte: gli immigrati regolari. Secondo i dati di una ricerca della Fondazione Moressa riportati da diversi giornali, l’80 per cento delle rimesse è destinato a Paesi non europei. Si tratta per lo più di operazioni fatte da immigrati che lavorano nel nostro paese e aiutano le famiglie d’origine trasferendo loro denaro.

L’emendamento proposto renderebbe ancora meno vantaggiose tali operazioni, arrivando a un decurtamento superiore al 7 per cento, col rischio di incentivare canali “informali” (cioè illegali) di trasferimento del denaro che, per quanto meno sicuri, potrebbero diventare più convenienti. La proposta, oltre che poco redditizia per lo Stato e inutilmente vessatoria per una particolare categoria di persone, va anche in direzione contraria rispetto ad alcuni impegni internazionali sottoscritti dall’Italia: «Durante il G8 del 2009 a L’Aquila – scrive Repubblica – fu stabilito l’obiettivo di portare [il costo per le rimesse] al 5 per cento. Lo stesso obiettivo fu ribadito ai G20 di Cannes (2011) e Brisbane (2014). Inoltre, all’interno degli obiettivi di sviluppo sostenibile delle Nazioni Unite è fissato l’impegno di ridurre i costi al 3 per cento entro il 2030». Il Sole 24 Ore spiega quali sarebbero, nel caso dovesse passare l’emendamento, i cittadini più colpiti: «La comunità che trasferisce di più soldi a casa è quella del Bangladesh, con 8 milioni di euro inviati in patria nel 2017. Seguono i Filippini, con quasi 5 milioni e i Senegalesi con 4,6 milioni. A seguire cittadini originari dell’India, Sri Lanka e Marocco».

Il sociologo Maurizio Ambrosini, intervistato da Redattore Sociale, ritiene che la categoria più interessata sarà quella delle badanti: «Tra i grandi impianti di rimesse ci sono le madri transnazionali, che lavorano nelle famiglie e risparmiano molto, perché vivono in convivenza: le cosiddette badanti. Si penalizzano molto queste persone, che tra l’altro danno un contributo essenziale nel nostro paese». Ambrosini fa poi notare una contraddizione: «In generale, questa imposta mi sembra un’ingiustizia, soprattutto in una stagione politica in cui i flussi finanziari sono liberi, in cui un investitore può comprare azioni o buoni del tesoro degli Stati uniti senza pagare tasse di trasferimento. Di contro, la badante ucraina che vuole mandare soldi ai suoi figli per Natale deve pagare un’imposta. C’è una dimensione di ingiustizia che lascia attoniti».

Ci auguriamo che questa idea venga ritirata ancor prima di arrivare alla votazione, anche se il rischio che passi è molto alto. Affinché il decreto fiscale non decada, è infatti necessario che la legge di conversione sia approvata definitivamente entro il 22 dicembre. Il testo è già stato votato dal Senato il 28 novembre, e una sua eventuale modifica alla Camera implicherebbe il ritorno al Senato per un’ulteriore votazione del nuovo testo. Visti i tempi stretti (la votazione alla Camera non è ancora stata calendarizzata), è dunque possibile aspettarsi che la nuova imposta possa entrare effettivamente in vigore dall’anno prossimo.

(Foto di Alistair MacRobert su Unsplash)

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