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Il Nobel per la medicina alle cure contro il cancro

02-ottobre-2018

Ieri è stato assegnato il Nobel per la medicina all’americano James P. Allison e al giapponese Tasuku Honjo, per i loro risultati nel campo della ricerca sul cancro. In particolare, i due scienziati hanno scoperto come sbloccare i “freni” che impediscono al sistema immunitario di intervenire quando si sviluppa un tumore. Ciascuno, in tempi e momenti diversi, ha scoperto due distinte proteine che ricoprono la funzione inibitoria, e ha esplorato i sistemi per disattivare tale proprietà, lasciando che il sistema immunitario entri in funzione e riconosca il tumore come qualcosa di dannoso per l’organismo. Come per altre terapie contro il cancro, anche questa presenta degli effetti collaterali sui quali si sta ancora indagando. In particolare, è possibile che un’attivazione incontrollata delle difese porti allo sviluppo di malattie autoimmuni, che portano l’organismo a reagire in maniera aggressiva contro se stesso. Sembra però che tali effetti siano controllabili, e la ricerca si sta già muovendo in questo senso.

Non è la prima volta che l’avanzamento della ricerca per la cura del cancro fa meritare il Nobel a degli scienziati. Era successo nel 1966 con Charles Brenton Huggins, che aveva sviluppato metodi per la cura ormonale del tumore alla prostata. Così come per Gertrude B. Elion e George H. Hitchings, premiati nel 1988 per i loro studi sulla chemioterapia e per E. Donnall Thomas, premiato nel 1990 per le sue scoperte sul ricorso al trapianto di midollo osseo per la cura della leucemia. Nonostante i passi avanti, però, la cura di tumori in stato avanzato resta un aspetto molto difficile da affrontare.

L’idea che si potesse sfruttare il sistema immunitario come strumento per attaccare le cellule tumorali risale alla fine del XIX e l’inizio del XX secolo. Nel corso dei decenni si fecero numerosi esperimenti in questa direzione. Nonostante però si sia riuscito a dimostrare che l’organismo era in grado di riconoscere le cellule tumorali, non si riuscirono a ottenere risultati soddisfacenti nel cercare di utilizzare questo aspetto come terapia. Un ruolo chiave in questo è giocato dai linfociti T, un tipo di globuli bianchi. Essi hanno dei recettori che si legano a strutture riconosciute come estranee all’organismo e questa interazione azione il sistema immunitario. L’azione dei linfociti T è però influenzata da alcuni altri tipi di proteine, alcune delle quali agiscono come “acceleratore”, altre come “freno”. Sul difficile equilibrio tra questi due elementi si gioca l’efficacia dell’intervento immunitario. E qui si inserisce il contributo dei due ricercatori premiati ieri.

Per quanto riguarda Allison, le prime scoperte interessanti arrivano negli anni ’90 del Novecento. Nei laboratori dell’università della California, sta studiando la proteina CTLA-4, ossia uno dei “freni” del linfocita T. Avendo sviluppato un anticorpo in grado di inibire l’azione del CTLA-4, prova a studiare gli effetti del suo bloccaggio. I primi risultati soddisfacenti si hanno nel 1994, quando Allison e il suo team riescono a curare il cancro nei topi attraverso l’inibizione della proteina CTLA-4. Nonostante lo scarso interesse da parte del mondo farmaceutico, Allison continua per la sua strada e nel 2010 ottiene effetti straordinari su pazienti affetti da melanoma (un cancro della pelle) in stato avanzato. Non si era mai visto nulla del genere fino a quel momento.

Nel 1992, a Tokyo, Tasuku Honjo scopre un’altra proteina, la PD-1, che ha lo stesso effetto della CTLA-4 sul linfocita T, pur interagendo secondo altri meccanismi. Nel 2012 arrivano le prime chiare dimostrazioni del trattamento su diversi tipi di cancro che in precedenza erano stati classificati come incurabili. Oggi ci si riferisce a questo tipo di cura come “terapia del checkpoint immunitario”, che ha dimostrato di avere grande efficacia soprattutto sul cancro ai polmoni, ai reni, linfoma e melanoma. Nuovi studi indicano che la combinazione terapie del checkpoint che integrano l’inibizione di CTLA-4 e PD-1 possono essere molto efficaci. Come si diceva, si sta lavorando parallelamente al contenimento degli effetti collaterali. Un’eccessiva attivazione del sistema immunitario può infatti arrivare a mettere a rischio la vita del paziente. Dopo oltre un secolo di ricerca, la terapia del checkpoint immunitario ha rivoluzionato il modo in cui la medicina intende il cancro e la sua cura, andando a integrare le conoscenze già disponibili in materia.

(Foto di Marcelo Leal su Unsplash)

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