packaging e spreco di cibo

La lotta allo spreco di cibo comincia dal packaging

28-novembre-2018

di Federico Caruso

Secondo la Fao – l’Organizzazione delle Nazioni Unite per l’alimentazione e l’agricoltura – ogni anno si spreca 1,3 miliardi di tonnellate di cibo, un terzo di tutta la produzione mondiale. Recuperando anche solo un quarto di ciò che si spreca, si potrebbe sfamare il miliardo di persone che oggi non ha abbastanza per vivere. In questo, un ruolo importante potrebbe averlo il packaging, cioè l’impacchettamento dei prodotti. Sbaglia, quindi, chi pensa che nel mondo non ci siano abbastanza risorse per tutti, o che per risolvere il problema della fame a livello globale sia necessario aumentare la produzione. Occorre piuttosto ridurre gli sprechi. Anzi, se le risorse fossero utilizzate al meglio, si potrebbe addirittura ridurre la produzione, con indubbi vantaggi per l’ecosistema (anche se ogni riduzione della produzione si scontra con l’inevitabile perdita di posti di lavoro e la contrazione della ricchezza in circolazione, che sono tra i motivi per cui gli Stati fanno così fatica a mettersi d’accordo a livello globale su obiettivi ambiziosi per l’ambiente).

Quando pensiamo allo spreco di cibo, spesso la nostra attenzione va sulla parte della catena produttiva più vicina al consumatore. Anche le recenti leggi in termini di riduzione degli sprechi (e il sistema di incentivi per chi recupera), approvate in tempi diversi in Italia e in Francia, sono incentrate sulla grande distribuzione organizzata. Molte campagne invitano (giustamente) i consumatori ad avere abitudini responsabili sull’acquisto e la conservazione del cibo, per evitare di comprarne troppo o di buttare via alimenti che potrebbero ancora essere consumati.

Ma, spiega la Fao, «il cibo viene sprecato lungo tutta la catena di produzione, dal momento della produzione agricola fino al consumo domestico». Nei paesi a reddito medio-alto lo spreco si concentra in quest’ultima fase, insieme a quella della distribuzione e vendita. Nei paesi a basso reddito le perdite si verificano principalmente nella fase iniziale della catena, mentre i consumatori sprecano pochissimo cibo. In Europa e Nord America si stima che ogni abitante butti via tra i 95 e i 115 chili di cibo ogni anno, mentre nell’Africa subsahariana e nel Sud e Sudest asiatico solo 6-11 chili.

Nella stessa ricerca si segnalano le quote di spreco dovute a problemi di packaging dei prodotti, che possono portare a perdere fino al 25 per cento della frutta e al 10 per cento dei cereali coltivati, e al 9 per cento del pesce pescato. Il packaging è indicato come «un aspetto essenziale nell’obiettivo di lungo periodo di miglioramento del processo di riduzione degli sprechi, che dovrà impiegare la giusta miscela di tecnologie e processi». Quello del packaging è il terzo più grande settore industriale mondiale, dopo quello del cibo e della petrolchimica.

Le compagnie di packaging operano soprattutto nei paesi sviluppati, intervenendo quindi maggiormente nella fase finale della catena. Molti problemi legati al packaging cominciano però molto prima, nei paesi di produzione dei tanti beni d’importazione che consumiamo. L’inadeguatezza dei materiali legati alle prime fasi del trasporto e della conservazione provoca così grandi perdite, su cui il packaging del prodotto finale non influisce. Maggiori investimenti nella fase più critica della catena produttiva porterebbero a enormi benefici in termini di sfruttamento efficiente delle risorse.

Secondo uno studio dell’Incpen (Industry Council for Packaging and the Environment), per il packaging si spende solo un decimo delle risorse (materiali, energia, acqua) usate per la produzione e la distribuzione di cibo. È una forte lacuna dell’attuale sistema di produzione, ed è un punto su cui dovrebbero focalizzarsi anche le numerose ricerche e sperimentazioni sul miglioramento dei materiali utilizzati per il packaging, anche con la spinta dell’Unione europea.

(Foto di Fikri Rasyid su Unsplash)

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