Povertà sanitaria e pensioni d’oro: basta privilegi, torni il welfare

28-novembre-2014
farmaci
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In Italia la povertà assoluta è in aumento, e con essa la cosiddetta “povertà sanitaria”. Se è automatico pensare che con le minori risorse economiche le famiglie siano portate a ridurre dapprima le spese accessorie e poi via via quelle più importanti, resta difficile pensare che qualcuno possa arrivare a rinunciare a curarsi per problemi economici. È diffusa l’idea che per le categorie più disagiate ci sia una copertura sanitaria completa da parte del Servizio sanitario nazionale (Ssn). Invece non è così, e lo dimostra il rapporto “Donare per curare. Povertà sanitaria e donazione farmaci”, pubblicato il 26 novembre dal Banco farmaceutico. Innanzitutto i dati sulla povertà: «Nel 2013 l’incidenza della povertà assoluta è arrivata al 7,9 per cento su base familiare e al 9,9 per cento su base individuale, con un incremento sull’anno precedente rispettivamente di 1,1 e 1,9 punti percentuali che in valori assoluti equivalgono a 303mila famiglie povere in più e a 1 milione 206mila persone povere in più che vivono alla soglia degli standard richiesti per un tenore di vita minimamente accettabile».

È bene riflettere su questi dati, perché forse molti di noi sono spinti a rimuovere il problema della povertà, a confinarlo ad alcune categorie sociali (gli immigrati, per esempio), dimenticando che questa può colpire chiunque a un certo punto della vita. Il sistema di welfare italiano viene smantellato progressivamente, le famiglie sono sempre più scoperte e l’aumento dei ticket sanitari mette molte persone di fronte alla necessità di scegliere tra curarsi e risparmiare. «Le difficoltà sanitarie dei più poveri – scrive il Banco – si inseriscono all’interno di un trend generale della spesa sanitaria in Italia contraddistinto da una riduzione della spesa pubblica per questo comparto e di una parallela necessità di tutti gli italiani di provvedere con maggiori mezzi propri alla cura della loro salute. A fronte dei risparmi derivanti, almeno in parte, dalla razionalizzazione della spesa pubblica, sembra in realtà prevalere uno spostamento assoluto e relativo di maggiori oneri a carico delle famiglie».

Il fenomeno è preoccupante, perché trascurare disturbi che si reputano “non gravi” può portare nel tempo a conseguenze serie per la salute. Per questo ci uniamo alle considerazioni contenute nel rapporto quando si invoca un cambiamento di rotta nelle politiche sanitarie del Paese: «Vi è un’azione che chiama in gioco le Istituzioni politiche, che hanno il dovere di porre in essere tutti gli strumenti legislativi e regolamentari necessari a favorire la mobilitazione delle grandi risorse di solidarietà che l’Italia tuttora possiede, anche in un comparto come quello farmaceutico che giustamente è fortemente normato a tutela della salute pubblica». A questo proposito, è ancora più diretto il presidente del Banco farmaceutico che, in un’intervista pubblicata su Businesspeople.it, sostiene che «Nella Penisola è urgente che la Commissione Sanità del Senato approvi in via definitiva la proposta di legge, già approvata dalla Commissione Camerale della scorsa legislatura, che faciliterebbe la donazione di farmaci da parte delle aziende del comparto. Finalmente ci sarebbe un quadro normativo di riferimento».

Ci tocca però rilevare che i segnali che arrivano dai palazzi della politica continuano ad andare (nonostante gli annunci) in direzione del tutto opposta. In questi giorni si è tornati a parlare del cosiddetto “tetto alle pensioni d’oro” (ne abbiamo scritto qui), sparito dalla legge voluta da Elsa Fornero per porre un freno a chi, approfittando di un varco tra la fine del sistema pensionistico retributivo e l’inizio di quello retributivo, era riuscito a cessare l’attività lavorativa assicurandosi un assegno superiore all’ultimo stipendio percepito. Ora quel comma è tornato nella legge di Stabilità, ma solo a partire dal 2015. Nonostante la legge in questione risalga al 2011, il governo stabilisce che ormai chi ha beneficiato di questa stortura legislativa potrà continuare a farlo: «La misura avrà effetto sulle pensioni a partire dal 2015 e si applicherà a quanti matureranno il requisito di anzianità contributiva entro il 31 dicembre 2017». Segnaliamo che su alcuni giornali vi sono articoli del 26 novembre che parlano di un “subemendamento” presentato dal relatore Mauro Guerra (Pd) che avrebbe rimesso in ordine la questione, ma lo stralcio che abbiamo appena citato è stato pubblicato sul sito dell’Ansa il 27 novembre, quindi riteniamo sia più attendibile. Mentre migliaia di cittadini rinunciano a curarsi, altrettante migliaia potranno continuare indisturbati a curare i propri interessi.

 

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