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I limiti del nostro riconoscimento facciale

09-luglio-2019

È opinione piuttosto diffusa che più o meno tutti abbiamo la tendenza a distinguere con più difficoltà tra individui appartenenti a gruppi etnici che presentano tratti somatici diversi da quello a cui sentiamo di appartenere. Una ricerca ha provato a indagare il comportamento del nostro cervello quando ci troviamo in una situazione simile, e ha riscontrato che effettivamente la nostra mente fatica a isolare l’individuo in un gruppo diverso dal nostro.

Come si è svolta la ricerca

Lo studio è stato svolto da ricercatori dell’università di Stanford e pubblicato su Proceedings of the National Academy of Sciences. Come spiega Nicola Davis sul Guardian, la ricerca ha coinvolto 20 partecipanti (bianchi statunitensi) in una serie di esperimenti che utilizzavano la tecnologia della risonanza magnetica funzionale, che permette di monitorare i cambiamenti nell’attività cerebrale. Ai volontari sono state mostrate diverse immagini e si è osservato come reagiva il loro cervello. In 19 partecipanti su 20, si è visto che quando veniva loro mostrato un volto bianco si attivava un’ampia regione del cervello dedicata riconoscimento facciale, mentre questa si riduceva davanti a un volto nero. In quest’ultimo caso, per sei dei partecipanti non c’era alcuna attivazione di riconoscimento facciale. Risultati simili sono emersi di fronte a serie di immagini che mostravano volti più o meno somiglianti tra loro. Più i volti erano diversi, più aumentava l’attività cerebrale, ma questo aumento era meno marcato se i volti erano neri, segno che il cervello era meno in grado di rilevare le differenze tra individui. Un altro test si è svolto senza l’attività di scanning, e si trattava invece di un questionario che chiedeva ai partecipanti di valutare quanto diversi trovavano che fossero dei volti (bianchi o neri), e se pensavano di averli già visti nel corso della ricerca. Anche qui, si è confermato che i volti neri erano valutati come generalmente “più simili” rispetto a quelli bianchi, anche se le scelte erano state accuratamente calibrate in modo da mostrare livelli uniformi di somiglianza.

I limiti dello studio

Il problema principale dello studio è la limitatezza del numero di partecipanti e la ristretta varietà somatica (dei volontari e dei materiali mostrati). Secondo Holger Wiese, esperto in riconoscimento facciale dell’università di Durham (non coinvolto nella ricerca), bisogna essere cauti nel collegare quanto rilevato col fenomeno del pregiudizio razziale (non che i ricercatori abbiano scritto cose del genere, sia chiaro). Non è infatti chiaro se e quanto il meccanismo di riconoscimento sia legato a stereotipi, che per definizione portano ad associare l’aspetto fisico di un individuo con elementi della personalità e del comportamento che vengono estesi al suo intero gruppo di appartenenza. Un altro dettaglio importante sottolineato da Brent Hughes (co-autore dello studio) è che il bias di percezione riscontrato non deve diventare un modo per deresponsabilizzare gli individui in merito alle proprie attitudini verso i pregiudizi. Al contrario, questi bias percettivi sono malleabili e collegati a motivazioni e obiettivi individuali.

(Foto di Andrew Seaman su Unsplash)

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