Sulla riduzione della spesa pubblica non si può più temporeggiare

31-luglio-2014
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Le settimane estive scorrono inesorabili, e si avvicina il momento decisivo della Legge di stabilità, che dev’essere presentata in Parlamento entro il 15 ottobre, per poi essere discussa e approvata entro la fine dell’anno. Al di là delle promesse e dei progetti di riforma che vanno faticosamente facendosi strada nella road map del governo, quello sarà il momento entro il quale l’Italia dovrà aver preso una direzione credibile e di lungo periodo sulla razionalizzazione della spesa pubblica. Spesso abbiamo citato il commissario alla spending review Carlo Cottarelli e l’importanza del suo lavoro. Altrettanto spesso abbiamo rilevato come ci sembrasse eccessivamente timido il suo approccio nei confronti del governo. Non dubitiamo insomma dell’uomo (e della sua squadra) e delle sue comprovate competenze, ma ci chiediamo come mai le proposte arrivate finora non siano così incisive come ci si aspettava.

Sono all’incirca le stesse considerazioni che riporta Francesco Giavazzi in un articolo pubblicato ieri sul Corriere: «Di fronte alla rapidità con cui si è mosso Cantone (Raffaele, dall’aprile scorso presidente dell’Autorità nazionale anticorruzione, ndr), ci si chiede a che punto sia il lavoro dell’altro commissario, Carlo Cottarelli, incaricato di individuare aree in cui ridurre la spesa pubblica, sprechi che spesso vanno a braccetto con la corruzione. Si pensi ad esempio alla sanità e a ciò che spesso si cela dietro le ampie differenze nei prezzi pagati da diversi ospedali per i medesimi strumenti. Da mesi non se ne sa più nulla. Le capacità della persona sono eccellenti. Forse che la sua scarsa incisività, per usare un eufemismo, dipenda dal fatto che i tagli sono una scelta politica? Neppure Cantone può commissariare un’azienda: può solo chiederlo al prefetto, il quale potrebbe negarlo, ma sarebbe obbligato a spiegare perché; nessuno impedisce a Cottarelli di rendere noto dove, come e quanto, secondo lui, si dovrebbe tagliare, mettendo il governo di fronte alla responsabilità di non farlo». È anche vero che, come sottolineano Tito Boeri e Massimo Bordignon su Lavoce.info, il ruolo di Cottarelli è in parte “depotenziato” perché dalle sue possibilità di intervento sono state espunte pensioni e sanità, ossia il 40 per cento della spesa pubblica complessiva. Questo forse per evitare decisioni impopolari su due temi molto caldi che riguardano in qualche modo tutti gli italiani, ma «Si noti che razionalizzare non vuol dire solo tagliare, ma anche spendere meglio e ridurre le iniquità dei trattamenti in vigore».

La pausa estiva incombe, eppure al varo della Legge di stabilità bisognerà arrivare preparati, visto che, sempre secondo Boeri e Bordignon, allo stato attuale potrebbe essere necessaria una manovra da 25 miliardi per non trovarsi fuori dai parametri sul deficit imposti da Bruxelles. Una cifra che viene spiegata così: «10 per trovare coperture permanenti ai tagli alle tasse (bonus di 80 euro) varati a partire dal maggio di quest’anno; 12 per coprire la differenza fra il disavanzo strutturale (al netto delle una tantum) che avremo in assenza di aggiustamento nel 2015, come indicato dalla Commissione europea, e per coprire altre spese indifferibili; e altri 3,5 per evitare lo scatto della clausola di salvaguardia posta dal Governo Letta, che in assenza di tagli di spesa porterà automaticamente a inasprimenti d’imposta». L’unica clausola a cui appellarsi per sfuggire al tetto del 3 per cento è quella delle riforme. Questa prevede la possibilità di rallentare il processo di avvicinamento al pareggio di bilancio strutturale se un Paese riesce ad approvare riforme che portino a un miglioramento futuro dei conti pubblici. A guardare lo scadenzario del governo pare che non ci siamo proprio. Chiudiamo quindi sposando questa considerazione di Giavazzi (sempre su Cottarelli): «Sui tagli alla spesa, dove in molti casi il governo potrebbe procedere senza il consenso del Parlamento, ancora nulla. Dottor Cottarelli, le chiediamo un po’ di coraggio! Il suo non è il lavoro di un burocrate. Le è stato chiesto di rientrare da Washington per fare proposte anche controverse. Il presidente del Consiglio si arrabbierà? Niente di male. Se non ha fiducia in lei meglio saperlo oggi che perdere altro tempo».

 

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