Ttip: i rischi del patto transatlantico per il commercio

10-aprile-2014

Qualche giorno fa, su ZeroNegativo si parlava di Unione europea e del rischio implicito nella cessione di sovranità a istituzioni sovranazionali il cui funzionamento è ben poco collegato alla volontà dei cittadini. Ovviamente l’Ue non è solo un rischio, ma anche una grande opportunità che non stiamo cogliendo, come abbiamo cercato di spiegare. Ben più insidiosi e controversi si rivelano i trattati internazionali, che costituiscono un ulteriore livello tra le fonti giuridiche degli Stati, e che talvolta vanno a toccare temi e questioni molto delicati, magari frutto di lunghi processi storici di acquisizione e regolamentazione di diritti. Nel 2012 si parlò molto dell’Acta (Anti counterfeiting trade agreement), una norma contro la pirateria e per la tutela del diritto d’autore online che nascondeva la possibilità di una «sorveglianza generalizzata dei consumatori e dei cittadini, che trasforma gli Stati in ausiliari di polizia al servizio delle grandi imprese» (così Jacques Attali, economista e saggista francese). All’epoca prevalse la prudenza nel Parlamento europeo, e il provvedimento non passò.

In questi giorni alcune associazioni, ma anche economisti, si stanno impegnando a portare l’attenzione su un nuovo trattato in corso di approvazione, che legherebbe Unione europea e Stati Uniti, il Transatlantic Trade and Investment Partnership (Ttip). Obiettivo del patto, scrive il sito Sbilanciamoci.info, è «quello di costruire la più grande area di libero scambio al mondo attraverso l’eliminazione delle barriere, tariffarie e non, che ancora limitano i flussi commerciali tra Europa e Usa». Il rischio è che ci sia uno spostamento delle logiche commerciali europee verso quelle statunitensi, decisamente meno stringenti in fatto di ambiente, protezione del lavoro, privacy, diritto d’autore, sistema sanitario. Quelle che da questa parte dell’Atlantico sono considerate conquiste di civiltà, dall’altra hanno seguito un percorso del tutto diverso, che ha portato alla crescita di un Paese che basa il proprio sistema sociopolitico su altri principi. L’idea di importare quelle logiche nei nostri sistemi potrebbe avere effetti negativi anche molto gravi.

Resta ancora molto da capire in merito, ma evidentemente il nostro presidente del Consiglio ha già ben chiaro tutto il contenuto del trattato, visto che ha garantito, durante la conferenza stampa tenuta a Roma con il presidente degli Usa Barack Obama, che «entro la fine del semestre italiano o subito dopo» esso sarà firmato. Nella stessa conferenza stampa, Matteo Renzi ha aggiunto che «Yes we can ora vale anche per l’Italia, non abbiamo più alibi e agli italiani dico: non cerchiamo scuse. Dobbiamo cambiare noi stessi». Va bene, ma cambiare in che direzione? Se proprio vogliamo copiare dagli Stati Uniti, prendiamo quanto di buono è stato fatto in quel Paese e introduciamolo nel nostro ordinamento. Attrarre gli investimenti è un obiettivo giusto, ma non va cercato cedendo su diritti dei lavoratori e rinuncia alla tutela ambientale. Le riforme economiche passano attraverso altri canali. Per esempio, attraverso una riforma della giustizia.

Quale imprenditore è invogliato a investire i propri capitali in un Paese in cui la durata media di una causa di diritto civile è stimata in 564 giorni? Si parla solo del primo grado di giudizio, per arrivare al terzo la media è di 788 giorni. Con queste premesse continueremo a svendere solo le aziende in difficoltà, che magari hanno conservato il proprio prestigio, ma hanno i bilanci in rosso e quindi devono passare le redini a nuovi proprietari, sempre più spesso stranieri. Piuttosto, copiamo dagli americani le leggi sul falso in bilancio e sulla bancarotta fraudolenta. Facciamo in modo che chi si macchia di questi reati sia processato e finisca in carcere, e non graziato da una prescrizione che arriva sempre troppo presto.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *