minimalismo digitale

Cominciare l’anno con un mese di “minimalismo digitale”

07-dicembre-2018

Con l’avvicinarsi del nuovo anno, per molti arriva anche l’inevitabile momento di stilare la lista dei “buoni propositi”. Ve ne proponiamo uno: perché non cominciare da un sano “digiuno digitale”? Non che sia un male in sé approfittare di tutti gli strumenti che la tecnologia ci mette a disposizione ma, visto l’uso intensivo che ne facciamo, è diventato spesso difficile stabilire se ne stiamo traendo un vantaggio o se ci stiamo facendo del male. L’idea, che riprendiamo pari pari da un esperimento promosso all’inizio di quest’anno da Cal Newport, professore di informatica alla Georgetown University e autore di diversi libri su attenzione e produttività, consiste nello staccarsi da tutti i dispositivi e i servizi che ci fanno perdere tempo per un mese.

Dopo il digiuno (peraltro relativamente breve), si potranno reintrodurre progressivamente gli “ingredienti” con maggiore consapevolezza (passando dal digiuno al “minimalismo”), selezionandoli accuratamente dai tanti in repertorio, e dandoci una disciplina nel loro utilizzo (per esempio: “al mattino non si guarda la mail prima delle 12!”). Alla base di questo esperimento non c’è un atteggiamento fatalista e apocalittico verso il digitale e i suoi servizi, bensì la considerazione che tutte queste novità si sono introdotte troppo rapidamente nelle nostre vite. Nel giro di pochi anni ci siamo trovati tra le mani e davanti agli occhi strumenti e dinamiche nuove, che hanno cominciato a simolarci con intensità e modalità a cui non eravamo pronti, e le cui conseguenze per il nostro equilibrio mentale non sono ancora del tutto chiare.

«C’è molta complessità e incertezza sul ruolo che queste tecnologie dovrebbero avere nelle nostre vite personali e professionali», ha detto Newport (che ha in uscita un nuovo libro dal titolo Digital Minimalism, in vendita dal 5 febbraio 2019). «Abbiamo superato la fase in cui erano una novità assoluta, ma non siamo ancora al punto in cui si sono assestate». Nell’articolo linkato il New York Times intervista alcune ragazze e ragazzi che hanno preso parte all’esperimento, con esiti più o meno positivi. Anche nei casi più fallimentari, però, si è raggiunto comunque un obiettivo: capire quanto siamo dipendenti da siti web e app per il telefono.

Questo tipo di pericoli non riguarda solo i social network, sia chiaro. C’è chi controlla la mail compulsivamente ogni 2-3 minuti, oppure indugia sugli ultimi aggiornamenti riguardo (per esempio) alle notizie di sport. Per chi scrive, per esempio, può bastare anche solo la app del calendario a far correre continuamente il pensiero su cosa si è fatto e cosa c’è da fare. Il primo passo è prendere coscienza delle trappole in cui cadiamo più spesso: le storie su Instagram dei nostri amici? L’ultimo tweet di Donald Trump? Gli aggiornamenti sul meteo? Soprattutto per chi sta molto al computer, purtroppo, ognuna di queste cose (assieme a molte altre) può essere un’insidia. Perché non cominciare dunque l’anno con una piccola opera di pulizia e riordino?

Se può incoraggiare, riporta sempre il NYT, la maggior parte dei partecipanti all’esperimento di Newport ha detto che il distacco li ha portati a intraprendere nuovi hobby: pittura, fitness, scrivere un libro. Molti si sono impegnati a darsi delle linee guida per evitare di cadere in errore, come tenere il telefono costantemente in un’altra stanza, oppure dire alle persone di chiamare invece di mandare messaggi, imporsi di non cliccare sul solito sito di sport invece di concentrarsi sul lavoro che si sta facendo. «Il ruolo di questi strumenti nelle nostre vite è cresciuto senza il nostro permesso», ha aggiunto Newport. «Nessuno era conscio di ciò a cui stava andando incontro quando si è scritto a Facebook, magari solo per restare in contatto col proprio coinquilino».

C’è da dire che ultimamente, tra tutti i social e le varie fonti di distrazione, Facebook se la sta passando particolarmente male. Il 24 novembre, sempre sul NYT, è comparso un articolo del filosofo S. Matthew Liao, che si chiede se non abbiamo il dovere morale di cancellarci da Facebook. «Nella filosofia morale – scrive – è comune marcare una distinzione tra doveri verso se stessi e doveri verso gli altri. Dal primo punto di vista, ci sono vari motivi per cui lasciare Facebook. Innanzitutto, fa perdere un sacco di tempo e crea dipendenza, senza avere altri scopi validi. Inoltre, come hanno dimostrato le ricerche, Facebook può contribuire ad aggravare stati di depressione o ansia. Ecco perché chiunque si sorprenda a scrollare le pagine del social compulsivamente e senza scopo, o che si ritrovi costantemente a paragonarsi ai propri contatti, potrebbe avere il dovere di prendersi cura di sé e abbandonare Facebook». Alla fine del suo ragionamento, Liao decide comunque di non disiscriversi da Facebook, almeno per il momento.

(Foto di William Iven su Unsplash)

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