Uno sciopero contro la riforma che azzera le tutele del lavoratore

12-dicembre-2014
Foto di Claudio Riccio.
Foto di Claudio Riccio.

Oggi l’Italia sciopera. Cgil e Uil, due tra le maggiori sigle sindacali, hanno indetto uno stop di otto ore a tutte le attività pubbliche e private per protestare contro la riforma del lavoro, meglio conosciuta come Jobs Act. Sì, ma se sei una partita iva, oggi, che fai? Se lo chiedeva Claudio Riccio web designer freelance, in un suo articolo per Internazionale. Quella che è stata presentata dal Presidente del Consiglio Matteo Renzi come la riforma “più di sinistra di sempre” punta, ancora una volta, sulla flessibilità del lavoro come volano per la ripresa dell’occupazione. Una tesi smontata dai fatti degli ultimi anni, ma che nessuno nel governo sembra avere intenzione di mettere in discussione.

C’è un indice Ocse (Organizzazione per la cooperazione e lo sviluppo economico) che misura il “grado di protezione generale dell’occupazione” garantito dall’assetto normativo di ciascun Paese europeo. Si chama Epl (Employment protection legislation index) e analizza, nel corso degli anni, il grado di tutele che coprono diverse categorie di lavoratori in ogni Stato esaminato. Flessibilità, possibilità di reintegro, ammortizzatori sociali. Ne viene fuori un numero, che dà un’idea della direzione presa dalle politiche sull’impiego in un certo territorio. Ebbene, fermandoci alla sola Europa, si scopre che, «con eccezione della Francia, dell’Austria e dell’Irlanda – tutti i paesi dell’Eurozona negli ultimi 25 anni hanno ridotto sensibilmente la protezione del lavoro, rendendo molto più flessibili i loro mercati.

L’Italia è tra i paesi che si sono impegnati a fondo nel ridurre la protezione dell’occupazione, riducendo le tutele di oltre il 40 per cento, dal valore 3,82 del 1990 al 2,26 del 2013. Si tratta di un valore appena superiore a quelli registrati da Olanda, Finlandia, Germania, Belgio e Grecia (per non parlare di Irlanda e Austria, che hanno mercati fortemente deregolamentati), ma inferiore a quelli di Spagna, Portogallo e Francia. Occorre anche sottolineare che questi dati sono fermi alla fine del 2013 e quindi non considerano gli effetti del decreto Poletti, il quale comporta una ulteriore riduzione dell’Epl che sarà registrata dall’Ocse il prossimo anno. Risulta quindi evidente che il grado generale di flessibilità del mercato del lavoro in Italia è ormai in linea con la media dell’eurozona». Insomma, l’introduzione del precariato è un’opera già ampiamente realizzata, non ci vengano a raccontare che è necessario un ulteriore abbassamento delle garanzie per fare ripartire l’occupazione. È quando il lavoro scarseggia che c’è più bisogno di diritti e tutele, non viceversa. È elementare, eppure sono riusciti a convincerci del contrario.

Questo in generale. Poi, ci sono i lavoratori che hanno tutti questi problemi, più altri, dovuti al fatto di non avere un contratto di lavoro subordinato, perché lavorano in proprio. Mentre il Jobs Act ruba la scena, in retroguardia prosegue l’entrata in vigore delle novità introdotte dalla riforma Fornero, che prevede che, «se il governo non bloccherà l’aumento dell’aliquota contributiva per gli iscritti alla gestione separata, la contribuzione salirà al 33,72 per cento entro il 2019». Contro tale provvedimento si è schierata una delle maggiori associazioni di categoria, l’Acta, che oltre a denunciare il problema dell’innalzamento progressivo dell’aliquota Inps, si pone alcune domande sul futuro delle libere professioni e quindi della capacità dell’Italia di dare spazio alle future generazioni di lavoratori: «Come si pensa, in questo modo, di arginare l’ondata migratoria della parte più preparata, specializzata e innovativa della nostra gioventù? Come si pensa di essere competitivi con gli altri paesi che, al contrario, investono proprio su quella componente sociale? Pensiamo di riconquistare mercato solo abbassando all’infinito le condizioni salariali e lavorative della grande e piccola industria e della pubblica amministrazione?». Per cercare una risposta a domande come questa, Riccio conclude che lo strumento dello sciopero ha comunque senso, anche se il suo lavoro non fa capo ad alcuna struttura, se non se stesso e il suo computer: «E sciopero anche se questo vorrà dire dover lavorare il doppio nei prossimi giorni per recuperare gli arretrati. Esercito un diritto che non ho per ottenere anche tutti gli altri diritti che non ho e che voglio conquistare senza che siano tolti ad altri».

 

 

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