La EAT-Lancet commission, una non profit finanziata da una fondazione svedese, ha pubblicato recentemente un report con indicazioni su come modificare l’alimentazione su scala planetaria, al fine di combattere la malnutrizione. L’approccio della commissione è di tipo sistemico: migliorare i livelli di alimentazione su scala globale ha un impatto indiretto su altri fenomeni, su tutti la fame e le minacce all’ambiente. A livello di consigli alimentari, non ci sono grosse novità rispetto a quanto già non si sapesse, soprattutto per chi vive in zone del pianeta in cui prevale la dieta mediterranea. «Le diete sane – scrivono i ricercatori – prevedono un consumo calorico ottimale e consistono principalmente di una buona varietà di verdura e frutta, basse quantità di prodotti animali, privilegiano i grassi insaturi rispetto a quelli saturi e prevedono ridotte quantità di cereali raffinati, prodotti che hanno subito pesanti trattamenti e zuccheri aggiunti». Un consumo calorico ottimale (cioè rapportato alle esigenze dell’organismo, in base alle condizioni di salute e allo stile di vita dell’individuo) è fondamentale per evitare di immagazzinare grassi in eccesso e quindi sviluppare problemi di obesità. Il buon bilanciamento delle tipologie di alimenti assicura la corretta assunzione di macro- e micronutrienti necessari ad assicurare la corretta funzionalità dell’organismo e la riduzione di rischi legati a malattie cardiovascolari, insorgenza di tumori, ecc.

Un’altra Lancet commission ha pubblicato il 27 gennaio un ulteriore report, che porta a un livello di ulteriore sistemicità alcune delle conclusioni sviluppate nel precedente documento. I ricercatori parlano stavolta di “Global Syndemic of Obesity, Undernutrition, and Climate Change”, che si potrebbe tradurre come “Sindemia globale di obesità, denutrizione e cambiamento climatico”. Per “sindemia” si intende una “sinergia di epidemie”, ossia problemi che avvengono simultaneamente, interagiscono tra di loro producendo conseguenze complesse, e condividendo la stessa spinta motoria sottostante.

I legami tra cambiamento climatico e denutrizione sono stati ampiamente dimostrati da diversi lavori di ricerca, tra cui quelli dell’Ipcc (Intergovernmental Panel on Climate Change) e delle stesse Lancet commissions. La relazione più immediata è costituita dall’insicurezza alimentare causata dall’impatto del riscaldamento globale sull’agricoltura. La distruzione dei raccolti implica una minore produzione di cibo, che ricade soprattutto sulle popolazioni in condizione di più alta vulnerabilità. Mentre in situazioni di grave insicurezza alimentare prevale la denutrizione, quando la prima si assesta su livelli moderati o temporanei è invece il problema dell’obesità a manifestarsi tra le popolazioni vulnerabili. Essendo i tre problemi così strettamente connessi, sostiene la commissione, sono necessarie soluzioni comuni altrettanto strutturate e collegate. Le linee guida sulla dieta, tratteggiate poc’anzi, costituiscono la base, il punto di partenza di politiche pubbliche che possano affrontare questo insieme di problemi.

Campagne sul tema sono state fatte in numerosi paesi, ma spesso non hanno avuto esiti apprezzabili a causa della pressione delle lobby dei produttori di carne, formaggio, zucchero, bibite e prodotti ultra-processati. La commissione raccomanda quindi un maggiore sforzo a livello globale, regionale, nazionale e locale affinché siano maggiormente sostenuti i settori che garantiscono migliori pratiche a livello energetico, agricolo e in generale del sistema alimentare. Propone inoltre l’introduzione del “diritto al benessere” nella normativa internazionale sui diritti umani.

Altro aspetto fondamentale è quello della responsabilità, in modo che ci sia la certezza che gli attori del sistema siano chiamati a rispondere delle proprie azioni. Si tratta di principi e indicazioni certamente condivisibili, ma anche non particolarmente rivoluzionari per chi si interessa di questi temi. Come dimostrano i difficili ed estenuanti tentativi di raggiungere un accordo tra Paesi sul riscaldamento globale, si tratta di processi che richiedono lunghe trattative in modo che i principi generali incontrino gli interessi particolari. Spesso poi tali trattative si protraggono per anni, e un accordo raggiunto con un’amministrazione può essere rigettato da quella successiva, come sta dimostrando la politica internazionale degli Stati Uniti.

In ogni caso, ben vengano studi come questo, che spingono i governi e le persone a pensare in maniera più sistemica (o “sindemica”, come in questo caso), in modo da vedere la complessità dei problemi, e valutare la propria condizione da un punto di vista più alto.

(Foto di Eugene Triguba su Unsplash)