Le gravissime crisi umanitarie che stanno mobilitando migliaia di persone dall’Africa e dal Medio Oriente verso l’Europa meritano decisioni all’altezza del momento storico che stiamo attraversando. Mentre vari Stati chiedono all’Unione europea una risposta incisiva alla situazione, le famiglie italiane stanno dimostrando una disponibilità all’aiuto che va ben oltre il tentennamento della politica. Secondo l’associazione Amici dei bambini (Aibi), sono 1.782 le famiglie italiane che hanno ufficializzato la propria disponibilità ad accogliere in casa propria uno dei 9mila minori non accompagnati entrati in Italia negli ultimi mesi. Tuttavia i meccanismi della burocrazia non sono pronti a tanta umana compassione, così finora solo una decina di affidi sono stati effettivamente messi in atto. L’associazione invita riflettere sul fatto che questa “impreparazione alla solidarietà” delle istituzioni italiane sia lo specchio di una politica fallimentare, eppure costantemente perseguita da chi ci governa, quella dei grandi centri di accoglienza.

L’Italia si dimostra spesso impreparata agli arrivi di rifugiati e migranti, eventi ormai ciclici eppure sempre dipinti come emergenze improvvise. La recente polemica sulla redistribuzione sul territorio dei migranti stipati nei centri d’accoglienza del Sud Italia è la misura di quanto una certa classe politica locale sia disposta a cavalcare e fomentare ogni forma di paura suscitata dall’arrivo di persone di altri Paesi. Come scrive il giornalista francese Bernard Guetta, in questo campo il Paese che si sta comportando in maniera più civile è la Germania: «La cancelliera [Angela Merkel], pur ammettendo che il compito è arduo, sottolinea che un’Unione composta da 500 milioni di persone e che costituisce la seconda economia del mondo deve essere in grado di affrontare questo problema anziché girarsi dall’altra parte e alzare muri di filo spinato contro persone che fuggono dalla morte, stravolte, disperate e trattate come appestati».

Chiaramente la risposta delle famiglie non rappresenta la soluzione definitiva al problema, ma intanto contribuirebbe a strappare molti minori a centri che di accogliente hanno ben poco, restituendoli se non altro a una sorta di normalità e a condizioni di vita dignitose in cui costruire le basi per essere padroni del proprio futuro. L’Islanda ha dato l’esempio con 12mila cittadini che hanno dato disponibilità ad accogliere rifugiati a casa propria. In Germania l’associazione Refugees Welcome ha creato una rete per occuparsi proprio di questo, permettendo a chi ha una casa in cui accogliere un rifugiato di metterla a disposizione. Finora sono stati assegnati ad appartamenti condivisi 134 rifugiati, che alloggiano in 82 case.

Se questo tipo di iniziative ci sorprendono è forse perché, come notava mercoledì Michele Serra nella sua rubrica per Repubblica, ci siamo abituati a delegare allo Stato qualsiasi funzione, così che anche le cose più semplici, come rifare una strada o aiutare una persona in difficoltà, non le sentiamo più come cose che ci riguardano. Siamo assuefatti al fatto che la competenza sia sempre di qualche esperto o responsabile, che le iniziative dei cittadini contino poco. Invece possono contare molto, e quelle 1.782 “offerte di asilo” ne sono un esempio. Ecco perché invitiamo chi può a mettersi in contatto con Aibi e sostenere il progetto “Bambini in alto mare”, con il quale potrete offrire un’accoglienza familiare temporanea, oppure mettere a disposizione appartamenti liberi, o ancora inviare un sostegno economico a distanza. La solidarietà è nelle mani di ognuno di noi.

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