Secondo il Consiglio d’Europa, in Italia è troppo difficile per le donne accedere all’interruzione volontaria di gravidanza, ossia l’aborto. «Le donne che cercano accesso ai servizi di aborto – riporta il Corriere – continuano ad avere di fronte una sostanziale difficoltà nell’ottenere l’accesso a tali servizi nella pratica, nonostante quanto è previsto dalla legge». Anche se il Ministero della salute continua a pubblicare relazioni in cui si dice che va tutto bene e che in Italia è garantito pienamente l’accesso a questo tipo di servizi, la realtà è molto diversa, e questo a causa dell’altissimo numero di obiettori di coscienza. In Italia infatti, come in altri Paesi (ma non tutti, come vedremo), è possibile per un ginecologo rifiutarsi di praticare l’aborto (ma anche un anestesista, un infermiere o un portantino possono rifiutare di partecipare alle operazioni), se questo è contrario ai suoi valori. La legge 194 del 1978, quella che regola la materia, prevede però l’obbligo per le strutture sanitarie di garantire il servizio alle donne che ne fanno richiesta. Un obbligo di fatto disatteso in molti casi.

I medici non obiettori, come sottolineato anche dal Consiglio d’Europa, sono vittime di «diversi tipi di svantaggi lavorativi diretti e indiretti». Si legge di impossibilità di fare carriera, mobbing, denunce continue per chi pratica aborti oltre i 90 giorni e di casi in cui viene tolta la possibilità di insegnare. Per renderci conto dei numeri, prendiamo quelli contenuti nella tabella ministeriale. Seppure nella relazione si sottolinea che il numero di strutture che praticano l’interruzione volontaria di gravidanza (Igv) è sufficiente, si rileva come il numero di obiettori sia effettivamente «elevato»: «Specie tra i ginecologi (70 per cento, cioè più di due su tre) con una tendenza alla stabilizzazione, dopo un notevole aumento negli anni. […] Si osservano notevoli variazioni tra regioni. Percentuali superiori all’80 per cento tra i ginecologi sono presenti in otto regioni, principalmente al sud: 93,3 per cento in Molise, 92,9 per cento nella Provincia autonoma di Bolzano, 90,2 per cento in Basilicata, 87,6 per cento in Sicilia, 86,1 per cento in Puglia, 81,8 per cento in Campania, 80,7 per cento nel Lazio e in Abruzzo». Tralasciamo i dati su anestesisti e personale non medico, che comunque confermano la tendenza. Come fa notare Fanpage, «i dati del ministero sono anche sottostimati: calcolano le obiezioni dichiarate, contando tutti i medici presenti in tutti i centri con reparti di ostetricia e ginecologia, a prescindere se questi effettuino o meno aborti. È chiaro che un ginecologo obiettore che si trovi a operare in una struttura che non fa interruzioni di gravidanza, non avrà alcun motivo di presentare l’obiezione. Così il numero dei non obiettori “utili” è in realtà ancora minore».

Per completare il quadro, aggiungiamo i dati Istat che dicono che «nel 2012, oltre 21 mila donne su centomila hanno dovuto spostarsi verso un’altra provincia [per abortire]. Più di una su cinque cui viene negato il diritto di interrompere una gravidanza non voluta nelle strutture di prossimità. Di queste, 8.824, cioè il 40 per cento, sono dovute andare un’altra regione». Il quadro è piuttosto complesso come si può vedere, ed è quindi difficile affermare che «non c’è alcuna violazione del diritto alla salute», come ha fatto il ministero. Come fa notare la bioeticista Chiara Lalli, in Italia l’aborto è trattato innanzitutto come problema morale, e solo secondariamente come servizio medico previsto dalla legge.

Recentemente, un decreto legislativo ha alzato la pena pecuniaria per la donna che abortisce illegalmente dalle “lire centomila” previste dalla legge 194 a 5mila o 10mila euro. Una misura che suona come una colpevolizzazione della donna che, di fronte alle difficoltà di ricorrere all’aborto per vie legali, sceglie di farlo nell’illegalità, con tutti i rischi che questo comporta per la sua salute. Fuori dall’Italia le cose vanno diversamente: «In Francia tutti gli ospedali pubblici hanno l’obbligo per legge di rendere disponibili i servizi di interruzione della gravidanza. In Inghilterra è obiettore solo il 10 per cento dei medici ed esistono centri di prenotazione aperti 24 ore su 24, sette giorni su sette e, infine, tutti gli operatori che decidono di lavorare nelle strutture di pianificazione familiare non possono dichiararsi obiettori. In Svezia non esiste il diritto all’obiezione di coscienza. E a scanso di equivoci, in Svezia se uno studente di medicina chiede di specializzarsi in ginecologia e ostetricia subito gli viene chiesto cosa pensa dell’aborto. Se ha dei problemi di qualsiasi ordine e tipo gli si consiglia di scegliere un’altra specialità». Perché non si prende esempio dalla Svezia?

L’obiezione di coscienza italiana suona quasi come un privilegio che in altri campi non esiste: «Chi decide di fare il penalista e si iscrive volontariamente alle liste di difesa d’ufficio deve difendere pure gli stupratori e gli assassini – scrive Chiara Lalli –. Se non vuole farlo, sceglie un altro lavoro. I medici, d’altra parte, devono curare i suddetti. L’aborto sembra essere l’unica eccezione morale protetta dalla legge».

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