Foto dal Social Science Research Council

È apparso ieri sulla Domenica del Sole 24 Ore un articolo di Armando Massarenti in ricordo dell’economista Albert O. Hirschman, scomparso l’11 dicembre. Il giornalista ricorda i tratti fondamentali del suo pensiero, che ruotano attorno a fiducia, lealtà, rispetto delle regole. Uno studioso che ha espresso concetti profondi in termini non solo specialistici, che molto dovrebbero dire anche ai tanti politici, che di certo ne conoscono le opere ma non dimostrano determinazione nel tradurle in pratica.

Ho appreso della scomparsa di Albert O. Hirschman (1915-2012) l’altra sera a Courmayeur, al Noir Festival, proprio mentre, con un gruppo di amici, tra cui Ivan Lo Bello e Pietro Grasso, misuravamo le adesioni al nascente fenomeno della Linea della Grolla (vedi Twitter #lalineadellagrolla), e ciò mi ha portato con naturalezza all’aspetto centrale del suo lavoro di economista: vale a dire l’attenzione che egli ha posto, senza retorica e in maniera sempre analitica, sui valori della fiducia, della lealtà, del rispetto delle regole, della coesione sociale -tutti aspetti che egli amava riassumere, con grazia, nella parola «amore»– senza i quali lo sviluppo economico, e gli stessi meccanismi di mercato, non sarebbero possibili.

In realtà, più che di “valori”, sottolineava Hirschman, si tratta di veri e propri “beni”. Solo che questi beni, al contrario di quelli materiali, se ben custoditi e promossi, tendono ad autoalimentarsi, ad autoaccrescersi, a diffondersi pervasivamente nella società. Non sono “scarsi” come gli altri beni economici. Scarso potrà dirsi, per esempio, (e dunque avere un prezzo) il contenuto della grolla (grappa, caffè, zucchero e spezie varie) ma non il senso di amicizia implicato nel rituale di gruppo attraverso cui collettivamente lo si consuma. Questi “beni”, come ben sapeva Adam Smith, sono la precondizione perché il libero sistema degli scambi e dei contratti possa funzionare.

Persino la fiducia però può avere i suoi “effetti perversi”, come Hirschman sapeva. Fiducia tra chi? Tra cittadini onesti o tra famiglie o clan mafiosi? Tra aziende che agiscono nel rispetto delle regole della concorrenza o tra imprenditori che cercano di formare cartelli (o, peggio, che si riparano in nicchie protette sotto l’ombrello della mafia)? Ecco perché è importante ragionare, come propone #lalineadellagrolla, sui confini e le sfumature che fanno sì che valori apparentemente simili possano declinarsi in maniere del tutto opposte, in una scala che può andare dai fenomeni di affiliazione mafiosa fino al più genuino senso del valore per l’intera comunità nel rispetto della legge e della possibilità di fidarsi gli uni degli altri.

Solo così si potrà decidere quale modalità scegliere per il proprio impegno civile, magari proprio tra le tre possibilità individuate da Hirschman in Lealtà, defezione, protesta, un libro del 1970, cui sarebbero seguiti altri “classici” come Le passioni e gli interessi (1977) e Felicità pubblica e felicità privata (1982). La passione civile di Hirschman affondava le sue radici nell’esperienza della Resistenza italiana (era cognato di Eugenio Colorni), il cui elemento essenziale per lui era che «un atteggiamento mentale svincolato da impegni ideologici fosse intimamente connesso a un deciso impegno in un’attività palesemente pericolosa…». Lui e i suoi compagni consideravano «l’attività politica come la semplice, naturale, spontanea e quasi allegra contropartita della loro libertà di pensiero… Un ammirevole modo di concepire l’attività politica e di coniugare la vita pubblica e privata».