Attualmente sono allo studio più di 160 vaccini contro il coronavirus, a diversi livelli di sviluppo. Tre di questi (e uno in particolare) hanno ricevuto una certa attenzione in questi giorni per i primi promettenti risultati che hanno mostrato.

Alcune premesse

Tutto ciò che leggerete non prelude a una “svolta” o a una qualche accelerazione nel processo di individuazione, realizzazione e distribuzione di un possibile vaccino. Tutti gli aggiornamenti, che sono tratti principalmente da questo articolo del New York Times, sono accompagnati da richiami alla prudenza e alla misura nella comunicazione da parte degli scienziati. Uno di questi, il ricercatore del Baylor College of Medicine Peter Jay Hotez, ha fatto notare che «tutto questo martellamento mediatico fa sembrare che un miracolo sia dietro l’angolo. Non è così. Non ci sarà una soluzione rapida, ci vorranno anni per venire a capo di questa cosa». Un altro avvertimento riguarda l’effettiva capacità immunizzante dei vaccini, anche quando questi stimolano con successo una risposta immunitaria. La reazione può essere molto diversa a seconda dei pazienti, e quindi è probabile che saranno necessarie diverse varianti del vaccino per diverse aree geografiche. Fatte tutte queste premesse, veniamo agli studi.

Le tre ricerche

Due dei team di sviluppo del vaccino hanno pubblicato i loro risultati preliminari qualche giorno fa su The Lancet, una rivista scientifica inglese. Il primo è una partnership tra l’università di Oxford e la casa farmaceutica anglo svedese AstraZeneca. Il secondo è portato avanti dalla compagnia cinese CanSino Biologics. Il terzo studio è in mano a una joint venture tra la casa farmaceutica Pfizer e la compagnia tedesca BioNTech; queste ultime hanno condiviso nei giorni scorsi i primi risultati, non ancora sottoposti alla peer review, e hanno invitato a confrontarli con quelli di un altro progetto di ricerca condotto dalla compagnia biotecnologica Moderna, basato su una tecnologia simile. In tutti e tre i casi, le informazioni pubblicate parlano di un successo nell’indurre una forte reazione immunitaria, a fronte di effetti collaterali trascurabili.

Il vaccino di Oxford-AstraZeneca

Dei tre, la collaborazione Oxford-AstraZeneca è quella su cui si stanno concentrando più attenzioni. La ricerca ha già coinvolto più di 10 mila pazienti in Regno Unito, Brasile e Sud Africa, che hanno ricevuto una dose del vaccino. Un’altra fase di test, che inizierà la prossima settimana, vedrà la partecipazione di 30 mila pazienti negli Stati Uniti, in parallelo con un test del vaccino di Moderna. L’articolo pubblicato su Lancet dai ricercatori di Oxford analizza un campione di alcune centinaia di partecipanti, che avevano ricevuto il vaccino in un precedente test. A dieci di questi è stata inoculata una dose di richiamo, e hanno mostrato una risposta immunitaria promettente. Questo vaccino, così come quello di CanSino (che al momento appare però poco efficace), funziona alterando il gene di un virus comune, l’adenovirus, in modo che questo “somigli” al coronavirus, inducendo una risposta immunitaria. Il vaccino di Oxford sfrutta un adenovirus trovato negli scimpanzé, contro il quale gli esseri umani non hanno anticorpi. Quello di CanSino sfrutta invece un adenovirus che causa il raffreddore negli uomini, e proprio questa sarebbe la sua debolezza, perché le difese immunitarie preesistenti in molte persone neutralizzano l’efficacia del vaccino. Uno dei punti critici comuni a tutti e tre i vaccini presi in considerazione è capire la loro efficacia a lungo termine. Come ha sottolineato Hotez, questi risultati preliminari, per quanto promettenti, vanno maneggiati con grande cautela, perché potrebbero creare una falsa sensazione di sicurezza, inducendo le persone ad abbassare la percezione del rischio. Sono tuttora fondamentali per il contenimento della pandemia precauzioni come indossare la mascherina nei luoghi pubblici, praticare il distanziamento fisico, lavare spesso le mani.

(Foto di Viktor Forgacs su Unsplash)