Cosa potrebbe succedere se i partiti antieuropeisti arrivassero ad aggiudicarsi almeno un terzo dei seggi alle prossime elezioni per il rinnovo del Parlamento europeo? Volendo, secondo una ricerca dello European Council on Foreign Relations (Ecfr), potrebbero allearsi per “rompere” l’Europarlamento e l’Unione europea. Il Parlamento europeo non è certo l’istituzione europea dotata di maggiore potere decisionale. Su molti temi ha un ruolo consultivo non vincolante, e non ha potere di iniziativa legislativa (può solo fare delle proposte alla Commissione). Tuttavia, con un accordo per forzare alcuni meccanismi di funzionamento, secondo questo studio si potrebbe riuscire a renderlo il fulcro di un’azione di disturbo votata a indebolire l’efficacia dell’Unione europea nel suo complesso. Si tratta di ipotesi, e da qui in avanti l’Ecfr condurrà ulteriori studi e sondaggi per monitorare l’umore e i temi all’ordine del giorno tra partiti ed elettori.

Il direttore dell’Ecfr ha commentato così le rilevazioni: «L’avvertimento lanciato dal rapporto, ossia che i partiti antieuropeisti stanno guadagnando terreno e potrebbero bloccare l’Ue, dovrebbe destare l’attenzione degli europeisti i quali non dovrebbero rimanere intrappolati nell’idea di dover difendere lo status quo in Europa o permettere che le elezioni diventino un referendum sulla questione migratoria (che è esattamente il terreno di confronto che intendono sfruttare gli antieuropeisti)». In questo post, vedremo in che modo potrebbe concretizzarsi l’azione di questa ipotetica alleanza nei diversi settori di cui si occupa il Parlamento europeo. Il panorama dei partiti antieuropeisti o euro-scettici è piuttosto variegato.

Le formazioni si collocano dall’estrema destra all’estrema sinistra, e hanno programmi e rivendicazioni molto diverse tra loro. Tuttavia già in passato ci sono state forme di collaborazione trasversali, e quindi un “accordo anti-establishment” non è un’ipotesi così improbabile. Rispetto a qualche anno fa, infatti, alcuni dei temi portati avanti da questi partiti radicali sono diventati piuttosto mainstream. A un’Unione abituata a una politica di contrattazione e risultati raggiunti per piccoli passi, si sostituirebbe un’alleanza del “tutto e subito a qualsiasi costo”, che ultimamente raccoglie larghi consensi.

Dal punto di vista degli scambi con l’estero, e quindi dei trattati che legano l’Unione europea con altri Stati e mercati, l’Europarlamento ha potere di veto. Potrebbe dunque diventare molto complicato stabilire nuovi accordi. Non che il blocco antieuropeo sia unanimemente contrario al libero mercato, ma in un’ottica di ostruzionismo potrebbe diventare sistematica la pratica di bloccare nuove alleanze o rinegoziazioni di precedenti accordi.

Un elemento di preoccupazione arriva dal lato del rispetto dei diritti umani e della tenuta delle istituzioni democratiche nei diversi Stati membri. Attualmente, infatti, è stata avviata la procedura prevista dall’articolo 7 del Trattato di Lisbona (la cosiddetta “opzione nucleare”, che però non ha niente a che vedere con le bombe atomiche), contro due Paesi. I governi di Polonia e Ungheria sono sotto osservazione perché alcune riforme messe in atto nei mesi scorsi stanno mettendo a rischio la separazione dei poteri e l’indipendenza delle istituzioni. Bloccare procedure del genere in futuro potrebbe portare alla nascita di Stati autoritari in seno all’Unione, cosa inaccettabile e incompatibile con la natura dell’Unione stessa.

Un altro campo critico è quello dell’immigrazione. Su questa l’Europarlamento ha una funzione meramente consultiva nei confronti del Consiglio dell’Unione europea. Quest’ultimo, però, per procedere con le sue politiche deve prima attendere il parere del Parlamento europeo. Ciò vuol dire che, se anche il Consiglio intendesse ignorare il pronunciamento dell’Europarlamento, non potrebbe procedere senza che questo sia emesso. Ed ecco un altro meccanismo che potrebbe ostacolare politiche di accoglienza non conformi alle istanze dei partiti antieuropeisti.

Questa alleanza potrebbe inoltre avere un ruolo nella definizione delle priorità dell’Unione attraverso lo strumento del budget, sul quale l’Europarlamento ha un ruolo di primo piano fin dalla stesura delle linee guida. Essendo vicino il momento di definire il prossimo Multiannual Financial Framework, ossia il programma di finanziamenti, la questione è particolarmente spinosa.

Da ultimo, scrive l’Ecfr, c’è la composizione della prossima Commissione europea. Al di là della nomina del presidente (attualmente Jean-Claude Juncker), il Parlamento europeo vota il Collegio dei commissari (che sono sostanzialmente i “ministri” del governo europeo). Ma prima di esprimersi sulla sua composizione in blocco, i singoli commissari devono sottoporsi a una sorta di “esame”, davanti a commissioni di europarlamentari competenti per materia, per certificare la propria expertise sull’incarico del quale sono investiti. Anche qui, un blocco compatto di antieuropeisti potrebbe bocciare i candidati sgraditi, cercando di stimolare la proposta di candidati con altre prerogative.

(Foto di Theophilos Papadopoulos su flickr)