Le dichiarazioni di Amadeus, presentatore designato del prossimo Festival di Sanremo, a proposito delle sue colleghe nella conduzione hanno fatto molto discutere. Il conduttore ha ripetuto numerose volte quanto siano “belle”, “bellissime”, “simpatiche”, e in particolare di una, Francesca Sofia Novello, ha sottolineato la capacità di stare «vicino a un grande uomo stando un passo indietro». Su di lui si sono levate numerose polemiche, che hanno sottolineato la visione maschilista e sessista che queste espressioni implicano. Ed è effettivamente così, non c’è che dire. Ma concentrarsi sul singolo caso rischia di fare perdere di vista il problema più generale che sta dietro a quelle parole e a come possa succedere, a un uomo con una lunga esperienza nel mondo della televisione, di arrivare a pensare che bellezza, simpatia e capacità di stare un passo indietro possano essere caratteristiche qualificanti da citare in conferenza stampa per descrivere le proprie colleghe. Il problema è che Amadeus, così come la società italiana in generale, non si rende pienamente conto di quanto il maschilismo sia un problema radicato e presente, che informa il modo di pensare e agire dell’intero sistema. La prova della buona fede (che non cancella le responsabilità, sia chiaro) arriva dalla maldestra spiegazione offerta al pubblico sul profilo Instagram (https://www.instagram.com/giovanna_e_amadeus/) di Amadeus (che in realtà condivide con la moglie Giovanna Civitillo), dove appare sinceramente dispiaciuto per l’accaduto. In un’altra occasione, in cui il conduttore viene invitato a chiarire le proprie parole, si trova un’ulteriore prova di quanto possa essere facile usare espressioni che lasciano trapelare uno schema di pensiero molto radicato: «Chi mi conosce sa che la parola sessismo da me è bandita. A casa, poi, non conto praticamente nulla». Ecco, a casa. Qual è il regno della donna in ogni società patriarcale che si rispetti, se non il nido domestico? Queste ripetute espressioni infelici e inappropriate denotano il fatto che alla base ci sia un problema più profondo, che nasce da molto prima del caso concreto.

Le donne nella televisione

Una buona sintesi la dà Christian Raimo, che su Minima&moralia scrive: «Il problema è la televisione italiana, in cui la presenza femminile è praticamente sempre ancillare, in cui di questioni di genere non si parla mai, mai, in cui gli esperti, le persone autorevoli sono sempre uomini, in cui alle donne viene dato al massimo uno spazio testimoniale, le donne presentano, ascoltano, fanno sì con la testa, fanno lo sguardo attento, accondiscendente, divertito, complice, in cui ci si chiama per nome, si danno ricette, si cucina  tanto, gli studi sono illuminati come se si fosse in spiaggia, e donne sorridenti e accoglienti fanno le padrone di casa, stanno un passo indietro, un passo avanti, basta che non siano eccessive, trabordanti, realmente presenti mai».

Un problema di ignoranza

Per Luca Sofri, che ne scrive sul suo blog, il problema del sessismo nasce principalmente dall’ignoranza: «Quelle cose lì, e in generale le cose tra il troglodita e il sessista che circolano nelle teste di molti italiani sulle donne, sono figlie di ignoranza tout court: chi rifiuta di sentirsi accusare appunto di “sessismo” lo fa perché si sente innocente, si sente di rispettare e apprezzare le donne, si sente in buona fede. Direbbe “ho molte amiche donne”, se non facesse ridere. Si sente di non avere nessuna cattiva intenzione nei confronti delle donne, come il termine sessista suggerisce. Ed è perché spesso più che malintenzionato, è ignorante: qualcosa nella sua testolina di maschio (ma non solo di maschio) viene alimentato da quando è bambino e diventa un pezzo della sua lettura della realtà, che poi candidamente emerge in questi casi, o in casi di maggiore prepotenza o persino violenza. Tutto quanto intorno a lui gli ha insegnato cose sbagliate, per anni, e ancora lo fa (Amadeus stesso con quella frase diventa appunto una rotellina di questo meccanismo diseducativo). Lo fa in mille modi, perché la funzione educativa delle istituzioni pubbliche e delle élite culturali è stata in gran parte abbandonata: non che sia mai stata molto florida, ma almeno condividevamo che ci provasse. Ora ci sembra classista, lavorare per il progresso culturale: o ce lo diciamo per sottrarcene».

(Foto di  Raphael Schaller su Unsplash)