Per mesi, mentre si avvicinava la fine del 2018 e con essa le scadenze per l’approvazione delle leggi di indirizzo economico e finanziario dello Stato, chiunque si è sentito chiamato in causa nel discettare di politiche economiche pubbliche. Deficit strutturale, spread, vincoli europei, sovranità monetaria. La realtà, fa notare il filosofo Francesco Guala (di cui avevamo pubblicato un articolo lunedì scorso), ci costringe a due considerazioni: la prima è che la maggior parte degli italiani non ha le basi per confrontare e giudicare le diverse proposte in campo; la seconda è che per ottenere tali competenze non sono necessari anni di studio, ma una piccola dose di nozioni che si potrebbero imparare già a scuola. Una notizia cattiva e una buona. Di seguito un articolo di Guala sull’argomento, pubblicato su Doppiozero, con un semplice esempio pratico.

[…] Se avete cinque minuti di tempo, vi consiglio un piccolo esperimento (basta un foglio di carta e una matita). Immaginate di vivere in un paese virtuale chiamato Italiandia. Italiandia produce un Pil di cento miliardi, e ha accumulato negli anni un debito pari a cento miliardi. Paga un interesse medio sui titoli di stato del due per cento, cioè a fine anno deve pagare due miliardi ai risparmiatori. Supponiamo che Italiandia spenda cinquanta miliardi per pagare gli impiegati pubblici, i pensionati, il reddito di cittadinanza, e per investire in nuove infrastrutture. Quante tasse deve raccogliere alla fine dell’anno, se non intende aumentare il debito?

Temo che molti lettori siano già attraversati da un moto di fastidio. Non è sorprendente: non hanno mai fatto un calcolo di questo genere, e per quanto si tratti di operazioni molto semplici (si fanno in prima media), pochi adulti sono in grado di impostare il problema in modo corretto. Se l’avessero imparato a scuola, saprebbero come mai l’Italia, come Italiandia, da molti anni produce degli avanzi primari di bilancio. (L’avanzo primario è la differenza fra le tasse raccolte e le spese dello Stato prima di pagare gli interessi sul debito – quella cifra che fa inorgoglire i nostri governanti quando si vantano del proprio comportamento ‘virtuoso’, nonostante il debito continui ad aumentare.)

Adesso vediamo cosa succede se Italiandia spende cinquanta miliardi prima di pagare gli interessi sul debito, e impone in media una tassazione del cinquanta per cento. Quanto deve crescere il Pil di Italiandia affinché non cresca il debito pubblico? (Dritta: se il Pil cresce del due per cento, alla fine dell’anno il governo raccoglierà 51 miliardi.)

E ora alcune cifre: nella maggior parte delle economie avanzate il Pil cresce meno del quattro per cento. Il debito pubblico in Italia è pari a circa 130, non a cento come in Italiandia. Infine, il Pil italiano nel corso dell’ultimo decennio è diminuito, invece di restare fermo o di crescere.

Chi è arrivato fino a questo punto è in grado di capire a grandi linee il dibattito politico nel nostro Paese. Si tratta, ripeto, di conti da prima media. Eppure pochi arrivano a questo punto, perché non hanno voglia di prendere carta e penna e perché non sono abituati a ragionare di conti pubblici. E in fondo hanno ragione: non dovrebbe essere necessario prendere carta e penna. Quando risolviamo semplici operazioni, tipo 12×3, non ci mettiamo a ‘calcolare’ – ricaviamo la risposta intuitivamente, grazie alla pratica accumulata nel corso degli anni. Analogamente, tutti noi dovremmo essere in grado di comprendere intuitivamente quali sono gli effetti di una diminuzione del Pil o dei tassi di interesse.

Gli italiani non sono stupidi. Sono piuttosto — anzi siamo, tutti noi — degli analfabeti economici. Siamo analfabeti perché la nostra educazione secondaria è stata disegnata su un modello antiquato, ostile alle scienze e in particolare alla scienza economica. Secondo questo modello l’élite del nostro Paese — i medici, gli avvocati, gli insegnanti, gli uomini politici — non avrebbero bisogno di saper ragionare di economia. Per quella basta un semplice ragioniere. Anche se nel corso di cento anni alcuni ordini scolastici sono stati riformati (per fortuna), i nostri liceali arrivano ancora all’università senza avere mai sentito parlare di mercati, di finanza, di tassazione o di spesa in deficit. Sono analfabeti economici.

Non dobbiamo quindi sorprenderci se un ministro afferma che si può abolire la povertà con un decreto; che l’Europa ci impone di ridurre il deficit; o che non importa se aumenta l’interesse sui titoli di stato (lo spread). Sono grida fra altre grida, nella grande confusione che regna nelle teste di chi (noi) dovrebbe valutare le affermazioni degli uomini politici.

Continua a leggere su Doppiozero

(Foto di Anssi Koskinen su flickr)