Al secondo post di fila sul calcio qualche lettore inizierà a chiedersi dove stia andando la linea editoriale di ZeroNegativo. Ci perdonerete, ma non possiamo resistere alla tentazione di proporvi per intero il bell’editoriale scritto ieri dal direttore della Gazzetta dello Sport, Andrea Monti, a proposito di ciò che sta (e non sta) avvenendo nel mondo calcio italiano dopo l’eliminazione della nazionale dalle qualificazioni per i prossimi Mondiali. Ci ritroviamo alla fine dell’articolo, dove ci prendiamo lo spazio per fare alcune considerazioni.

No, non hanno capito. O fingono di non capire, che è pure peggio. E allora tocca ripetere in quattro parole magari un po’ brutali quanto già scritto con maggior grazia sulla Gazzetta nella notte della disfatta e poi certificato ampiamente dal sentimento popolare: se ne devono andare. Oltre a Ventura, anche Tavecchio e gli altri responsabili dell’incredibile eliminazione dal Mondiale non sono più presentabili. Non perché siano cattivi d’animo, portino sfiga o ci stiano sulle scatole a prescindere ma perché servono idee e facce nuove. E solo sgombrando il campo da quelle vecchie, il calcio italiano può rialzarsi e ripartire.

Eppur non si muovono… sebbene non serva Galileo per comprendere la frequenza su cui oscilla, tra sventure e trionfi, il pendolo della storia pallonara. Visto che attorno alla sede romana della Figc non mancano i bar, al presidente Tavecchio e ai vertici del nostro calcio sarebbe bastato un caffè al banco per annusare l’aria che tira. E invece ieri si sono rinchiusi nelle stanze eleganti a un passo da Villa Borghese, hanno serrato ranghi per anni dilaniati da sotterranee inimicizie e, con il dissenso aperto del solo Tommasi, hanno partorito un piano di salvataggio che sfida la saggezza e la decenza. L’obiettivo è conservare la poltrona a dispetto dei santi. Lo strumento prescelto è astuto: dare in pasto al popolo furente un nome indiscutibile. Per esempio affidare la panchina azzurra all’universalmente amato e stimato Carlo Ancelotti… Già, se lui ci sta chi li ammazza?

Infatti, è probabile che riescano a sopravvivere e che questo articolo si aggiunga come un coriandolo a tante altre parole al vento. Perché Tavecchio & C. sono parte di un organo elettivo e nessuno può farli saltare senza un motivo. Ovviamente motivi validi ce ne sarebbero in abbondanza, e lo vede anche un bambino, ma ne manca uno tecnicamente e legalmente inoppugnabile. Quindi nessuno può cacciarli. Non i giornali, non l’opinione pubblica, non il governo e neppure Malagò che ci ha tentato (ma dovrebbe continuare con vigore, qualche strumento di pressione in più lui ce l’ha…). Nessuno, dicevamo, tranne la voce della loro coscienza.

In attesa che si faccia viva, sfuggente e beffarda come il fantasma di Godot, il palcoscenico resta ingombro e gli attori recitano a soggetto. Maluccio si direbbe. Ventura non schioda e preferisce farsi dimissionare per non smenarci i soldi restanti del contratto: beh, sul denaro e sui diritti non si discute ma anche la dignità ha un suo prezzo. O no? Quanto a Tavecchio si difende dicendo che in fondo lui in campo non c’era e rivendica i suoi meriti. Vero: dopo un inizio da brivido farcito di gaffe, ha raccolto buoni successi sul piano internazionale, aveva scelto Conte, ci ha portato la Var. Peccato che in democrazia ogni rappresentanza sia sorretta dal principio della responsabilità politica. Capisco che possa suonare altisonante e allora lo traduco nel linguaggio degli stadi: se perdi vai a casa. E non sarà – non dev’essere – Ancelotti o il Padreterno in persona a salvarti il lato B. Per questo chiudiamo con un consiglio non richiesto al più saggio, amabile e competente tra gli allenatori: pensaci Carletto. E se decidi di accettare la sfida definisci competenze e confini in maniera ferrea. Sei una colonna del nostro calcio, non la stampella dei suoi declinanti poteri.

Dopo i rinnovati complimenti al direttore per l’ironia e la capacità di argomentazione, aggiungiamo anche il pensiero, più che condivisibile, del presidente del Coni, Giovanni Malagò: «Non dimettersi era un suo diritto, anche di questo ne prendiamo atto. Personalmente però, resta la mia opinione, al posto di Tavecchio avrei rassegnato anche le mie dimissioni. Lunedì prossimo è stato fissato un consiglio federale e quella sarebbe stata l’occasione giusta per discuterle».

Alla fine, il mondo del calcio ha un Ancelotti nel quale rifugiarsi: persona seria, capace, vincente, un personaggio positivo su cui rifondare l’immagine di un intero sport. Se poi non fosse lui, in Italia i bravi allenatori non mancano, quindi ci sarà modo di individuare qualcun altro di altrettanto competente. Il problema è che in tanti altri contesti gli Ancelotti della situazione mancano. Non c’è una Coverciano della politica, dell’impresa, del volontariato, che produca dirigenti in gamba e in linea con i tempi. Al contrario ci sono tanti ancelotti (con la minuscola) che si pensano degli Ancelotti (in maiuscolo), e quindi vanno dritti per la loro strada, convinti di essere la soluzione, mentre sono parte del problema. E intanto i Tavecchio si moltiplicano: nel calcio, nella politica, nell’impresa, nel volontariato…

(Foto di Max su Unsplash)