Il 10 febbraio è stato approvato il decreto legislativo che dà vita al cosiddetto Servizio civile universale. L’atto del governo recepisce la legge delega di riforma del terzo settore (la numero 106 del 6 giugno 2016) e apporta delle modifiche – accolte in generale con pareri positivi – alla materia. In particolare, gli aspetti su cui interviene il decreto riguardano l’accesso al servizio civile, la flessibilità negli orari e gli ambiti di intervento.

Per quanto riguarda il primo punto, la novità più importante consiste nell’aver chiarito definitivamente che, oltre agli italiani, anche gli altri cittadini dell’Unione europea e gli stranieri residenti in Italia potranno candidarsi. Giusto per renderci conto dei tempi della politica italiana, ricordiamo che la questione si è aperta addirittura nel 2012, quando il ricorso presentato da un ragazzo straniero contro il respingimento della sua domanda di partecipazione a un bando causò il blocco delle partenze per alcune settimane. Si aprì allora un grande dibattito, che sembrava dovesse portare all’apertura immediata dei bandi anche agli stranieri. Ci sono voluti cinque anni. Riprendendo le novità sull’accesso al servizio civile, sarà introdotto un meccanismo (non sappiamo quale perché il testo definitivo non è ancora stato pubblicato) che premierà l’inserimento di giovani in situazioni di svantaggio nei progetti. Sarà previsto anche una sorta di “Erasmus del servizio civile”, con la possibilità di svolgere tre mesi del proprio servizio in un altro Paese Ue.

L’universalità cui fa riferimento il decreto riguarda anche la flessibilità degli orari, introdotta affinché più persone possano partecipare senza rinunciare ad altre attività in cui sono impegnati. Come spiega Riccardo Noury su Corriere Sociale: «Non saranno 20 ma neppure 30 come prima: 25 ore settimanali che avvicinano il servizio civile a quello spirito volontario con cui era stato concepito e lo pongono sempre più distante da quell’idea distorta che lo faceva assomigliare ad un escamotage per mascherare “lavoratori a basso costo”. Inoltre i progetti, oltre a valorizzare nel curriculum vitae le competenze acquisite durante il servizio, terranno conto delle esigenze di vita dei giovani e saranno orientati a garantire una flessibilità con durata modulare da otto a dodici mesi. Invariata invece l’età per partecipare: potranno farne richiesta tutti i giovani con un’età compresa tra i 18 ed i 29 anni (non ancora compiuti)».

Gli ambiti in cui saranno impegnati i giovani in servizio sono elencati nel comunicato diffuso dal governo, in cui si apre anche a nuovi settori: quelli «dell’assistenza, della protezione civile, del patrimonio ambientale e della riqualificazione urbana, del patrimonio storico, artistico e culturale, dell’educazione e promozione culturale e dello sport, dell’agricoltura in zona di montagna e sociale, della biodiversità, della promozione della pace tra i popoli, della nonviolenza e della difesa non armata, della promozione e tutela dei diritti umani, della cooperazione allo sviluppo, della promozione della cultura italiana all’estero e del sostegno alle comunità di italiani all’estero».

Di queste novità si parlava da tempo, mentre altre questioni mancano all’appello. Raccogliamo dunque di seguito due passaggi critici rispetto a quanto si sa finora della riforma. Il primo è del portavoce del Forum nazionale terzo settore, Pietro Barbieri: «In attesa di leggere il testo completo, facciamo nostre le perplessità espresse dagli enti per il servizio civile in merito alla mancata valorizzazione del Dipartimento Gioventù e Scn e all’assenza di una sede ad hoc nella quale istituzioni pubbliche, Terzo settore e rappresentanti dei giovani possano dialogare e coordinarsi per indirizzare gli obiettivi del Servizio Civile Universale».

L’altro parere critico è di Carlo Mazzini, che segue costantemente l’evolversi delle norme che riguardano il terzo settore, e che sul suo blog fa notare quanto siano stati dilatati i tempi di approvazione del decreto, dopo che era dato per imminente mesi fa, visto che sembravano tutti d’accordo sui suoi contenuti: «Facciamo i calcoli. 9 novembre: il Consiglio dei ministri licenzia lo schema e lo invia alle Camere. Trovando traffico, arriva alla conferenza unificata Stato-Regioni e viene discusso il 24 novembre. Il 21 dicembre – a due giorni dal termine ultimo – le commissioni di Camera e Senato danno l’ok con osservazioni al Governo. Poi, il panettone era tanto, lo spumante ha dato alla testa, e arriviamo finalmente al 10 febbraio per l’approvazione definitiva. 93 giorni per approvare un testo pacifico con alcune limature! La Conferenza e le Commissioni hanno fatto il loro lavoro nei tempi, e il Governo? La mia preoccupazione è questo tirare avanti i tempi, i giorni, le settimane, i mesi! Pensate quando arriveranno i decreti più rilevanti, Codice Unico, 5 per mille, riforma della parte civilistica, registro unico!».

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