Dal 8 Febbraio 2018 ospiteremo 15 opere del maestro Pietro Pinnarò.
Sito internet: http://www.pinnaro.it

 

PINNARO’

LAVORO DI SINTESI TRA SPAZIO E TEMPO

Un posto in cui la meteorologia non è una ipotesi televisiva, dove al sereno segue il sereno, dove i dieci, cento, mille colori del cangiar di stagione, per dirla con Leopardi, possano essere racchiusi nei centimetri quadri della tela.

Per Pietro Pinnarò, questo luogo c’è e si chiama Sud. Pinnarò, si vede, ama molto la sua terra ma ama il Meridione di tutte le terre. Al punto da riportare sulla tela con un incedere narrativo, una pulizia tonale, un linguaggio cromatico tali da renderne simbolicamente surreali le geometrie e dunque la latitudine. Egli si inoltra nel cuore delle terre mediterranee, raggiungere i luoghi della storia, laddove il tempo ha un silente rapporto con lo spazio, è il tempo che “non passa mai” perché mai deve passare. Edifici costruiti con la scienza architettonica di una cultura primitiva eppure inattaccabili – appunto – dalla consunzione dei secoli.

Strutture abitative bianche nel loro lucore, stagliate nel cielo bluatico (avete notato il cielo di Calabria? Ha un color sereno – che Pietro Pinnarò mirabilmente riesce a riassumere sulla tela – unico – nella sua purezza). Questa è secondo le coordinate geocromatiche del pittore (che vive altri cieli, quelli industriali della Lombardia), la terra in cui il tempo si è fermato. Se Einstein avesse visitato i centri storici dei paesi raccontati da Pinnarò, alla voce T della sua formula avrebbe dato come cifra esponenziale lo zero assoluto. Così erano nell’anno Mille i trulli e le casere di Puglia, i tratturi della Calabria, le masserie della Sicilia, così erano gli anfratti abitativi della civiltà agricola pre-desertica delle sponde a sud del Mediterraneo, così li ha ereditati l’anno Duemila, che solo mille chilometri più sopra celebra i fasti delle grandi ere tecnologiche.

Pietro Pinnarò, con queste composizioni potrebbe considerarsi il braccio operante, l’illustratore pittorico, il raccontiere non teorico del relativo scorrere del tempo: un’ora in un paesino delle Calabrie, mettiamo Roghudi, scorre in modo cento volte più lento che un’ora a Rho, centro della Padania (absit iniuria verbis: anche se gli abitatori delle terre padane sono in massima parte di estrazione mediterranea). Queste tele, in effetti, portano ad una immagine di sintesi dello Spazio e del Tempo: un geometrismo che caratterizza l’assetto delle linee tonali in modo sempre coeso e diverso. Pinnarò ne sublima il concetto estetico-strutturale, attraverso una disegnazione solidissima, accompagnando i campi di profondità prospettica e le digressioni ortogonali (anche) con una definizione quasi “fisica”, fortemente variegante nel portato atmosferico (certo che i gialli sono del tramonto, e il bluatico è dell’alba). Ne nasce sulla tavolozza una scala di colori conseguenziali: dal celeste all’indaco; dal rosso intenso al color “salvia” graduante nel grigio spento o nella purezza straordinaria (quasi una conservata, simbolica verginità temporale) del bianco delle case.

Ma Pinnarò non si lascia imprigionare dai suoi stessi paesaggi.

Eppure, in questo gioco di sintesi, ritorna – e non potrebbe essere altrimenti – il motivo dominante della pittura di questo operatore di geografie non solo di abitati preagricoli ma anche “geo-grafie” di stupendi anatomismi femminili.

Spazio e tempo, ricordo e rimozione: l’operazione di Pinnarò è da prendere sul serio.

Chiamiamola tentazione, chiamiamola speranza: quella che “prende” il trovatore di uomini d’arte è insieme tentazione e speranza di trovare, da qualche parte in giro per il mondo, un luogo in cui finalmente.

C’è un secondo periodo, non meno importante del primo, ed è quello più estetizzante e romantico, dei “Visi”. Visi di donne magnifiche nella loro icona di floridezza vitale. Grandi labbra, tumide quanto basta (quanto basta anche per ricordare le “Odalische” di Salvatore Fiume e le grandi fanciulle di Pompeo Borra, ma nel caso Pinnarò è solo una coincidenza anomala, involontaria, fatta di rimozioni e desideri), visi dai somatismi innocenti e allusivi ad un tempo, portati sulla tela con un semplicismo scenico a volte disarmante: una linea di orizzonte e questi lineamenti dal collo allungato, dalle grandi labbra, dagli occhi racchiusi in due enormi macchie semitonde.
Vivere lo spazio e il tempo secondo la propria genia, il proprio respiro. Vivere lo spazio e il tempo con e per i fiori della vita, dalle grandi labbra e dagli occhi nerissimi.

Chiamiamolo neoromanticismo, questo immaginare silenziosi luoghi predesertici lontani dal nostro battere del tempo. Anche un certo Caspar David Friedrich, in tutt’altra latitudine e in altro secolo, ha provato l’ebrezza del racconto solitario dei luoghi “delle nature”.

Luoghi in cui il tempo è una variabile indipendente dalle quotidiani costrizioni della vita. E delle sue illusioni.

Donat Conenna

 

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