La nostra cultura fatica a gestire «il lato disturbante del bambino è proprio la sua biologia prepotente, la sua resistenza all’addomesticamento culturale». Lo sostiene l’antropologo Matteo Meschiari, intervistato sul Tascabile dal collega Andrea Staid. Riportiamo uno stralcio della loro conversazione.

Il bambino, al cuore dell’agire biopolitico, è anche il grande assente di ogni discorso politico. Chi ne parla? Quale programma di partito va oltre la promessa di un generico aiuto a genitori stressati? Chi si azzarda a pensare che la politica, oggi, dovrebbe ripartire da una seria riflessione sui bambini e sul loro ruolo concreto nella costruzione della vita sociale? Se lo domanda Matteo Meschiari, classe 1968, antropologo, poeta e scrittore. Insegna Antropologia e Geografia all’Università di Palermo, si occupa del paesaggio in letteratura, di wilderness, del camminare. In Bambini (Armillaria, 2018) ha deciso di analizzare l’infanzia nella nostra società, impresa non semplice: partire dai bambini significa selezionare un tema sociale occulto.

Matteo Meschiari lo ha esplorato, messo a nudo, per criticare i fondamenti di un’ideologia totalitaria: la nostra. Secondo l’autore la gran parte delle nostre posture, dei nostri problemi, delle nostre accettazioni quotidiane di soprusi (piccoli o grandi che siano), arrivano proprio dall’impianto gerarchico dell’educazione che si dà ai bambini. In questo piccolo testo si trova una grande risposta al saggio di Etienne de La Boétie sulla servitù volontaria. Perché voi tanti servite a noi pochi che vi comandiamo? Meschiari risponderebbe: perché così siamo stati educati fin da piccoli.

Nel testo critichi quella che potremmo chiamare l’ideologia della perenne gioventù. Perché è così difficile accettarlo e dargli un valore?

È un discorso complesso, ed è facile scivolare nel cliché sociologico della società contemporanea ossessionata dall’apparire. In realtà la vecchiaia e la morte ci tormentano da sempre e, per limitarci a due racconti classici, Dorian Gray e Faust esplorano questi archetipi nelle loro pieghe più profonde. In modo molto più banale, e comunque solo di passaggio, mi interessava individuare una simmetria: come l’adulto oggi non sa invecchiare, specularmente si tende ad adultizzare il bambino, chiamandolo a comportamenti psicologici, cognitivi e comportamentali che imitano ciò che ancora il bambino non è. Per narcisismo, per proiezione, per incapacità di gestire la carica eversiva e perturbante dell’infanzia. Da un lato dei bambocci (gli adulti), dall’altro dei nani (i bambini): sarebbe semplicemente grottesco se non fosse la traccia di una profonda confusione antropologica.

Nel testo fai una critica non velata a un approccio culturalista dell’essere umano, attacchi la teoria di Francesco Remotti sulla carenza biologica di Homo Sapiens che si completerebbe culturalmente grazie alle sue frequentazioni e contaminazioni. Di questa teoria hai una visione pessimista, scrivi che per l’essere umano “completarsi” culturalmente e recuperare il proprio svantaggio biologico implica una perdita. Quindi cosa pensi, che l’uomo in natura sia completo?

La mia è una provocazione, ma una provocazione che viene da premesse che considero serie. Ovviamente l’uomo è un mix di geni e cultura, e ovviamente la plasticità e l’adattabilità umana dipendono dalla capacità di affrontare culturalmente gli ostacoli della vita. Ma nella rappresentazione dell’uomo come scimmia nuda, fragile e impaurita, mi sembra di cogliere un paternalismo settecentesco. Biologicamente parlando, non siamo troppo incompleti, e anche se non abbiamo zanne, pelliccia e artigli non riesco a vedere l’uomo come un mollusco rosa senza conchiglia. Siamo primati onnivori che dopo un’apocalisse in grado di cancellare ogni traccia di cultura potrebbero comunque sopravvivere, magari come semplici animali preculturali, e in fondo che male c’è? I casi dei cosiddetti “ragazzi selvaggi” (non tutti sono dei fake) ci mostrano che è possibile. Quello che forse non ci va di vedere è il fatto che senza la nostra gloriosa cultura “scadremmo” al rango di semplici prede, e questo ferisce in qualche modo il nostro orgoglio di esseri “superiori”. Comunque, quello che volevo criticare è il culturalismo radicale, quello a tutto tondo che non include nel discorso antropologico l’orizzonte biologico e genetico. Questione anche di tradizioni accademiche locali. Ora, secondo me, il lato disturbante del bambino è proprio la sua biologia prepotente, la sua resistenza all’addomesticamento culturale.

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(Foto di Scott Webb su Unsplash)