Negli ultimi mesi, sono circolate parecchio sui social network le foto di biciclette vandalizzate in vari modi, spesso immortalate dopo che qualcuno le aveva lanciate in canali o fiumi. Sono (erano) i mezzi messi a disposizione dai nuovi servizi di bike-sharing di tipo dockless, cioè che non prevedono necessariamente di ritirare o lasciare la bicicletta in uno dei punti di aggancio distribuiti per le città. Le bici possono essere lasciate ovunque ci si trovi, sarà poi il sistema a tracciarne la posizione e a condividerla con gli altri utenti.

La notizia di questi giorni è che uno di questi servizi, Gobee – che fa capo a una società di Hong Kong –, ha deciso di lasciare l’Europa. Alcuni giornali italiani hanno voluto, soprattutto nei titoli, soffermarsi sul fatto che l’azienda abbia invece deciso di lasciare “l’Italia”, come a sottolineare il fatto che il malcostume del vandalismo sia un problema esclusivo del nostro Paese. Del resto, lo stesso comunicato diffuso da Gobee sottolinea proprio questo aspetto: «Durante i mesi di dicembre e gennaio – si legge nella nota – le nostre biciclette sono diventate il bersaglio di sistematici atti di vandalismo, trasformandosi così in oggetti da distruggere per puro divertimento. Mediamente, il 60% della nostra flotta europea ha subito danneggiamenti, vandalismi o è stato oggetto di fenomeni di privatizzazione. Per questi motivi non c’è stata nessun’altra opzione se non procedere al termine del servizio a livello nazionale e continentale. Una decisione sofferta dal punto di vista morale, umano e finanziario». Come si può vedere, si fa riferimento anche ad altre realtà europee.

Ma la retorica della condanna dell’inciviltà nostrana (problema che esiste, intendiamoci) faceva troppo gola a certi titolisti, che hanno preferito forzare la mano. Secondo Paolo Pinzuti, fondatore di Bikeitalia.it, il quadro è però più complesso, e si ricollega a problemi relativi alla gestione del progetto da parte di Gobee, ancor prima di arrivare alla questione del vandalismo: «Fonti interne al Comune di Torino [una delle città italiane in cui il servizio era attivo, assieme a Roma e Firenze, ndr] rivelano che uno dei principali problemi del modello Gobee risiedesse nel pannello fotovoltaico montato sulle biciclette con il compito di azionare il meccanismo di sblocco della ruota posteriore: il pannello era stato pensato per funzionare con il livello di irradiazione di Hong Kong, che è evidentemente ben diverso da quello di Torino. Il risultato è stato che le batterie non si ricaricassero. Anche l’app, d’altronde, sembra fosse causa di diversi problemi a cui il servizio di assistenza tecnica offriva soluzione suggerendo di “cambiare il telefono”».

Allargando lo sguardo fuori dall’Europa, Wired segnala che anche nel Paese di nascita della compagnia ci sono stati problemi di atti vandalici: «Il South China Morning Post, nell’aprile scorso, scriveva che la polizia di Hong Kong aveva avviato un’indagine su una serie di danneggiamenti ai danni delle bici di Gobee». Quest’ultima è solo una delle tantissime start up che si stanno contendendo un mercato, quello del bike sharing, in rapidissima espansione. In Italia si tratta ancora di un fenomeno circoscritto a poche città, ma a guidare il settore ci sono aziende (cinesi) che stanno imponendo i loro modelli aggressivi di espansione in tutto il mondo, a cominciare dagli Stati Uniti. «Mobike e Ofo sono presenti in centinaia di città del globo – si legge sulla versione statunitense di Wired (traduzione nostra) – e hanno raccolto circa un miliardo di dollari in investimenti. La loro espansione globale e l’insaziabile voglia di crescere hanno colto di sorpresa le città statunitensi, molte delle quali operavano col rigido e costoso sistema delle stazioni».

Se dunque quello del bike sharing è un concetto da supportare, nella convinzione che possa stimolare una più ampia cultura di condivisione nelle nostra comunità, non bisogna dimenticare che dietro si nasconde anche un business in rapida crescita, con tante start up che nascono e muoiono nel giro di pochi mesi. Le bici nei canali sono parte del problema, ma non sono il problema.

(Foto di Giulia Van Pelt su flickr)