povertà

Contro la povertà si procede a passi timidi

05-febbraio-2016

Il governo ha presentato un disegno di legge delega al Parlamento relativo a un piano per la lotta alla povertà. Nonostante sia stato riconosciuto come uno dei più importanti interventi in questo senso mai proposti in Italia, il testo ha ricevuto numerose critiche. In particolare, le osservazioni si concentrano sull’esiguità delle risorse previste rispetto al numero di italiani poveri, oltre ai criteri per determinare la base di accesso. Va detto che, prima di arrivare al momento attuativo (con l’emanazione dei decreti legge), la bozza dovrà passare per la discussione in Parlamento, che voterà il testo della legge di delega al governo, e a quel punto l’esecutivo sarà chiamato a elaborare una serie di decreti che diano concretezza al piano ipotizzato.

Una procedura lunga e macchinosa, che lascia l’ultima parola al governo sulle misure da introdurre. Ci sembra curioso che sia il governo a proporre lo strumento della legge delega, con cui il Parlamento chiede al governo di sostituirlo nella funzione legislativa. In altre parole: il governo suggerisce al Parlamento di chiedergli di varare un decreto, proponendo un disegno di legge delega che già contiene i principi e i limiti che il Parlamento dovrebbe fissare. È chiaro che durante l’iter parlamentare il testo potrà subire modifiche, ma non sarebbe stato più rapido (vista l’urgenza della questione e visto che il disegno di legge fa esplicito riferimento al Fondo per la lotta alla povertà e all’esclusione sociale previsto dalla legge di Stabilità, documento legato molto strettamente alla visione politica di palazzo Chigi) emanare subito un decreto legge, risparmiando lunghe sessioni di discussione e votazioni che avranno comunque come esito una delega al governo? Non abbiamo trovato traccia di questa riflessione su altri siti d’informazione, forse è una perplessità soltanto nostra, ma forse c’è dietro una strategia comunicativa e politica che si espliciterà nelle prossime settimane.

Veniamo alle osservazioni mosse da vari soggetti rispetto a quanto contenuto nel disegno di legge. La voce più apertamente critica è quella dell’Alleanza contro la povertà, un aggregato di associazioni, sindacati ed enti che si impegnano per l’introduzione di un reddito d’inclusione sociale come provvedimento stabile e duraturo, in contrasto a condizioni di povertà assoluta. «Mentre per il 2016 i fondi previsti dal Governo sono sostanzialmente simili a quelli ipotizzati dall’Alleanza – spiega Redattore sociale –, a partire dal 2017 le strade divergono perché l’attuale testo della delega non ne contempla la progressiva crescita bensì la stabilizzazione a 1,5 miliardi annui. Le dichiarazioni governative indicano l’intenzione di erogare contributi monetari di importo piuttosto basso, in modo da allagare il più possibile l’utenza raggiungibile con soli 1,5 miliardi. Si arriverebbe così a coprire intorno al 30 per cento delle persone povere (tra 1,2 e 1,3 milioni), quelle appartenenti ad alcune tra le famiglie indigenti con figli».

Questa stima è comunque molto ottimistica, perché, come fa notare il sito Sbilanciamoci.info, «dato il corrispettivo (anticipato dallo stesso [Ministro del lavoro, Giuliano] Poletti) pari a 320 euro mensili per nucleo familiare, la misura interesserà appena 280 mila famiglie, non singoli. Il calcolo di Poletti pertanto è sbagliato: un milione di persone sono solo i soggetti che indirettamente verranno sfiorati dalla misura la cui quota monetaria erogata ad ogni beneficiario appare, specie in alcune aree del Paese, così esigua da non consentire di far fronte a tutti i propri bisogni della famiglia». Secondo l’Alleanza sarebbero necessari 7 miliardi all’anno per dare assistenza ai 4 milioni di cittadini in stato di povertà grave, dunque le risorse stanziate risultano del tutto inadeguate.

Peraltro, come fa notare Chiara Saraceno su Lavoce.info, c’è un problema di assegnazione delle risorse nella pubblica amministrazione (ne parlavamo ieri), per cui questi 7 miliardi non sarebbero così difficili da recuperare se non si rinunciasse a forti introiti per mettere in atto misure ad alto gradimento popolare: «È stato deciso di eliminare la Tasi sulla prima casa, una scelta che porterà pochi o nessun vantaggio ai poveri assoluti, mentre drena importanti fondi che avrebbero potuto essere loro destinati (l’anno in cui il governo Letta sospese l’Imu sulla prima casa andarono in fumo 4 miliardi). Gli 80 euro di detrazione fiscale per i lavoratori dipendenti a basso reddito, ma fiscalmente capienti, costano più del doppio di quanto stimato necessario per coprire tutta la platea dei poveri assoluti». L’impressione è che si proceda a tentoni nella lotta alla povertà, e senza troppa convinzione. Perché, se ci fosse una volontà vera di contrastarla nelle sue forme più gravi, lo si sarebbe già fatto con misure rapide e pragmatiche.

Fonte foto: flickr

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