Educazione civica: una storia di ordine pubblico

07-marzo-2012

Timidi segnali di primavera fanno breccia tra le nubi dell’inverno. Ormai la neve si è sciolta quasi ovunque, e per le strade tornano a farsi vedere le persone. A piedi, in bici. Durante il giorno e la sera, e se il clima lo permette anche la notte. Proprio in quest’ultima fase della giornata sono racchiusi tanti aspetti della vita di ognuno. Quelli del tempo libero, delle persone che si frequentano perché si sono scelte. Sono le ore della settimana che in qualche modo ci definiscono.

Spesso, quando si parla di sé, non si parte dal centro della giornata -quella produttiva: del lavoro, dello studio-, ma dalla fine. C’è chi ama andare al cinema, chi a teatro, chi a nessuno dei due; chi ama girare per locali, chi non abbandonerebbe mai il “suo” bar, chi si concede una cena fuori ogni tanto. E poi c’è chi ama stare all’aperto. La sera, la notte. È un’umanità interessante quella che si mescola nelle nostre piazze al sorgere della luna.

Ogni piazza è diversa, c’è quella in cui ogni compagnia fa storia a sé, quella in cui ci si conosce tutti, altre ancora in cui è più facile socializzare con sconosciuti. Ne nascono conversazioni, talvolta improbabili, talvolta stimolanti. Conversazioni piacevolmente annaffiate di bibite. Una birra, qualche bicchiere di vino. La ricetta perfetta contro l’omologazione. Quella che ci vuole tutti chiusi in locali trendy, e in uno stato di “sballo” continuo. Oppure chiusi in casa a guardare il Grande fratello (che perde ascolti, pare).

Succedeva anche nelle forme più primitive di organizzazione della società: ci si trovava al centro del villaggio e si discutevano i problemi. Magari oggi non va proprio così, ormai la città è policentrica, non è abitata solo dai suoi cittadini e non sempre la struttura urbanistica favorisce i contatti. Cosa evidente soprattutto a Nord, mentre è rimasta al Centro e al Sud Italia, chissà ancora per quanto, la possibilità di incontrarsi. In questa ritirata, una grande colpa l’ha, sicuramente, l’abitudine a pensare alla città come reticolo di vie percorse da automobili. Le piazze diventano così luoghi inaccessibili, perché non più collegate tra loro, inghiottite dal traffico cittadino.

Ma una responsabilità, in questa progressiva distanza che sta prendendo spazio tra la gente e le piazze, è dovuta proprio alle persone che animano queste ultime. Basta andare a rovistare nella cronaca locale di qualsiasi città italiana, in un momento dell’anno in cui le temperature raggiungono livelli accettabili, e si troverà almeno un articolo, una foto-notizia, un trafiletto a proposito del tema “sporcizia nelle piazze”.

Piange il cuore a vedere come sono ridotti al mattino certi luoghi che la sera prima esprimevano un’atmosfera variopinta, viva, spontanea. Una vita che continua tutta la notte, finché i motivi per andare a dormire sono meno di quelli per restare. No, non è moralismo il nostro, altrimenti ci saremmo fermati prima, al fatto che a una certa ora si va a dormire, ché domani si lavora. Ognuno gestisca come crede il proprio tempo libero, ma sarebbe bello che in quel lasso di tempo non si sospendesse il proprio senso civico.

Anche perché lasciare nel luogo in cui si è passata la notte bottiglie, lattine, cartacce e ogni genere di sporcizia non esprime alcun senso di libertà. Al contrario, si delega a qualcun altro il compito di provvedere a qualcosa che non si è in grado di gestire autonomamente (la nettezza urbana). E a quel punto si è in debito con le istituzioni. Che non possono essere del tutto biasimate se poi reagiscono con ordinanze che impongono il rigore, come la chiusura anticipata degli esercizi commerciali, divieti di consumare bibite o sostare in certi luoghi o in certi orari, o una presenza massiccia di forze dell’ordine nei pressi delle zone interessate. Le proteste contro provvedimenti del genere, per quanto legittime, saranno sempre indebolite dall’incuria che gli stessi manifestanti dimostrano nei confronti della città che abitano. Non facciamo morire le piazze, continuiamo a farle vivere. Ma togliamoci dalla testa che tutto ci sia dovuto: se vogliamo vivere in città a misura d’uomo, dimostriamo di averla, questa misura.

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