femminicidio delitto passionale

Un femminicidio non è un delitto passionale

11-settembre-2019

di Federico Caruso

La copertura giornalistica del femminicidio ai danni di Elisa Pomarelli, 28enne uccisa da un uomo che conosceva, è piuttosto scoraggiante dal punto di vista della narrazione che ne è stata data. Molti articoli si sono soffermati sul presunto “amore” non corrisposto, su un “raptus” di follia, sul pentimento dimostrato dall’aggressore verso le forze dell’ordine, sulle sue lacrime. Quasi nessuno ha presentato il caso per ciò che è: un episodio di cronaca nera, in cui un uomo ha ucciso una donna perché lei si rifiutava di avere rapporti sessuali con lui. Un uomo che poi ha occultato il cadavere della vittima e si è nascosto per giorni, fino al momento in cui è stato rintracciato e arrestato. Tutto questo, che è il fondamento e la sintesi di quanto accaduto, rimane sullo sfondo, mentre si dà enfasi a una titolazione che spinge a empatizzare con l’aggressore, e che dipinge la vittima come colei che in qualche modo avrebbe “spinto” all’aggressione con un comportamento poco chiaro.

Un uomo normale

Giulia Siviero sul Post ha raccolto una serie di titoli e passaggi di articoli e servizi televisivi che mostrano il livello di distorsione a cui si è arrivati in questa triste vicenda: «Repubblica ha riportato nel titolo un presunto virgolettato di lui: “Ho fatto una stupidaggine”. Quel titolo è poi stato cambiato ma ha continuato a mantenere l’attenzione sul “dramma” di lui: “Un’ossessione per Elisa, Sebastiani confessa l’omicidio e piange”. Il Messaggero: “Scomparsi Piacenza, le lacrime di Sebastiani dopo l’arresto: ‘L’ho uccisa, ma l’amavo'”. Il Giornale ha definito Sebastiani un “gigante buono”, La Stampa lo ha raccontato come un “Rambo di paese con la mania di impilare monete” e di aiutare gli altri, Open ha spiegato che si è “pentito”, che si è mostrato “collaborativo fin dai primi momenti della cattura”, “che non ha opposto resistenza”, che “è apparso molto provato” e che “sarebbe scoppiato anche a piangere”. […] La Stampa: “È un coro. Amici, conoscenti, compaesani unanimi: ‘Massimo? Una bravissima persona’, ‘Uno normale, come te o me’, ‘Non ci credo, sarà stato un incidente'”».

Una grammatica dei sentimenti

Nonostante il lavoro incessante delle associazioni contro la violenza sulle donne, le iniziative di sensibilizzazione, i documentari, i corsi di formazione per giornalisti, le riflessioni condivise su blog e social media, il sistema mediatico italiano è ancora molto lontano dall’aver acquisito la capacità di affrontare la violenza di genere per quello che è. Si dice che ognuno vive in una “bolla”, ignaro o quasi di ciò che avviene al di fuori. Le parole con cui si descrive un fatto, lungi dall’essere oggettive, vi proiettano la visione del mondo di chi scrive, o di chi approva quel testo. È dunque preoccupante che si leggano ancora articoli che confondono l’amore o la passione con la violenza. Se è vero, come diceva quello, che chi parla male pensa male, viene da pensare che ci sia un problema di “grammatica dei sentimenti” alla base di certe descrizioni dei fatti. Che una persona possa essere ossessionata dal pensiero e dal desiderio per un’altra persona, e che possa arrivare a commettere violenza perché non è in grado di gestire un rifiuto, ha al limite a che fare con la catessi, non con l’amore. Certe narrazioni ignorano, o evitano di proposito di considerare, un aspetto molto semplice e immediato: che nell’amore non c’è spazio per la violenza. Lasciare spazio alla confusione significa rendersi complici della violenza, prendere le parti dell’aggressore (l’innamorato) più che della vittima (colei che rifiuta l’amore). Non esiste l’aggressione per “eccesso di amore”, ed è inaccettabile che ancora si debbano chiarire concetti così basilari. Non a vantaggio dell'”uomo della strada” o di qualche comunità marginale, ma del comparto dei media. Lo stesso che inneggia alla libertà di stampa con toni da lesa maestà per cose molto meno rilevanti. Di fronte a casi del genere viene da dire che la libertà di stampa in Italia è pure troppa, in un certo senso, visto che nessun provvedimento disciplinare è previsto dall’Ordine per casi del genere. Siamo totalmente d’accordo con quanto scrive Matteo Pascoletti su ValigiaBlu: «Più dei corsi di aggiornamento, delle linee guida e dei workshop sulla copertura giornalistica, viene da chiedersi se non sia il caso di lavorare direttamente su una pedagogia delle relazioni, sul sincerarsi che chi deve trattare i femminicidi sappia dare una definizione chiara di amore, odio, possessività, gelosia, violenza; perché è macrocoscopica l’impressione che manchi una grammatica emotiva di fondo». Aggiungiamo che sarebbe utile estendere iniziative del genere a tutti, non solo a chi fa giornalismo, perché una grammatica dei sentimenti è alla base di qualunque relazione.

(Foto di Rux Centea su Unsplash)

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