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Gig economy: essere rider a Milano

10-maggio-2018

Un ritratto dei rider che si occupano di consegnare ogni tipo di cibarie nella città di Milano. L’ha scritto Andrea Bottalico per la nuova rivista Lo stato delle città, ed è stato anticipato dal sito Napoli Monitor. Ne riportiamo un estratto.

Le strade nei dintorni di corso Buenos Aires sono disseminate di ristoranti d’ogni genere. I clienti mangiano ramen, sushi, sashimi, piatti asiatici cucinati in wok; a poca distanza, i bar eritrei con il biliardo e le luci soffuse, le hamburgerie, le piadinerie, le polpetterie, le pizzerie, le trattorie di cucina tipica pugliese, sarda, spagnola, indiana e cinese. È ancora presto per vederli attraverso le vetrine. Il termometro segna due gradi, sono passate da poco le sei di un pomeriggio nuvoloso, con la pioggia che si percepisce appena guardando la luce dai lampioni. È l’ora dell’aperitivo di un venerdì di febbraio. Nei prossimi giorni le previsioni danno neve.

Proseguendo lungo via Tadino, una strada parallela sul lato sinistro di corso Buenos Aires, si raggiunge Porta Venezia. Via Tadino sbuca in piazza Oberdan, un’apertura rialzata e rettangolare, ristrutturata da poco, nota perché in passato era attivo l’albergo diurno nei suoi sotterranei. Da un lato c’è l’ingresso della metro e la porta orientale di Milano, dal lato opposto il cinema, poi il McDonald’s e a fianco una pizzeria. Sui tavolini in legno all’esterno del McDonald’s in genere a quest’ora, accanto ai gruppi di adolescenti, trovi i fattorini seduti con lo sguardo rivolto verso lo schermo del cellulare, da soli o in compagnia, le biciclette appoggiate allo scalino e i cubi termici al loro fianco. Attendono. La piazza è diventata un punto di ritrovo per quell’area di consegne. La osservo dall’angolo di via Tadino: il viavai dalla metro è continuo, un gruppo di sudamericani beve birre, qualcuno è seduto sullo scalino, altri ballano a ritmo di una musica che esce dallo smartphone e c’è chi attraversa lo slargo avanti e indietro sugli skate. Non lontano, un uomo in terra beve da un cartone di vino. Altri fattorini sparsi nella piazzetta stazionano in attesa di ricevere gli ordini dall’Applicazione.

I facchini in bicicletta

Più passa il tempo e più aumenta il numero dei rider, così in genere vengono definiti i facchini in bicicletta delle piattaforme. Nel contratto di lavoro autonomo a scadenza annuale che il lavoratore stipula con la controparte si legge che “il rider è un fornitore autonomo che desidera provvedere alla fornitura di servizi di consegna alla società di food delivery”, a condizione di poterlo fare “con modalità tali da garantirgli la massima flessibilità e autonomia operativa, non essendo, al contrario, disponibile ad assumersi alcun obbligo di presenza, né alcun vincolo di eterodirezione o coordinamento”. Per servizio s’intende “il prelievo da parte del rider, presso ristoranti o altri partner, di cibo preparato caldo/freddo e bevande (Ordine) proposti al rider per mezzo dell’App, e la consegna di tali ordini per mezzo di bicicletta, motoveicolo, autoveicolo o motociclo ai clienti della società di food delivery”.

In piazza ci sono quasi tutti adesso: quelli di Glovo, Deliveroo, Foodora, Uber Eats. Sono liberi di lavorare anche per altri committenti contemporaneamente, inclusi i diretti concorrenti della società per cui stanno lavorando. Sono in gruppi o solitari, in disparte come Francesco, venticinque anni, che viene ogni giorno a Milano da Magenta per fare le consegne in bicicletta con Deliveroo. Non è uno studente, lavora e basta, non si lamenta e afferma di guadagnare bene, facendomi ricordare che quindici anni fa, quando consegnavo le pizze a nero a Caserta, pensavo più o meno la stessa cosa.

Per interpretare la condizione dei fattorini impiegati dalle piattaforme di food delivery bisogna partire dalla sostanza contrattuale in vigore e dal lavoratore che ne accetta le condizioni, che talvolta si compiace del suo sfruttamento come Francesco oggi o come me allora, che guadagnavo cinquanta centesimi a pizza consegnata per un valore massimo di cinque pizze a consegna e mi pareva accettabile. Inoltre dovevo mettere con i miei soldi la benzina al motorino. Con le mance riuscivo ad arrotondare la paga e la famiglia che gestiva la pizzeria non mi trattava poi così male. A fine serata il pizzaiolo domandava: come la vuoi la pizza? E allora tutto passava, i clienti spilorci, il cottimo, la pioggia che t’inzuppava fin dentro le mutande e le raffiche di vento in faccia.

A quel tempo il capitalismo delle piattaforme non aveva ancora creato le nuove fattispecie di rapporto che osservo adesso nei pressi di Porta Venezia. Magari avranno preso spunto da quei rapporti di lavoro e dalle microeconomie informali vigenti all’epoca per poi rielaborarli in ciò che persiste qui e ora attraverso il dispositivo tecnologico. Provo a parlarne con Mamadù, sudanese, ventitré anni, seduto sulla sella della sua bicicletta a poca distanza da Francesco, ma mi guarda perplesso. Lavora per Foodora dopo aver lasciato Deliveroo per ragioni burocratiche legate al suo permesso di soggiorno. Per lui si tratta di un lavoretto che gli consente di pagarsi gli studi, dice. Non pensa troppo ai dettagli su come la piattaforma estrae valore dal suo lavoro. Quando gli chiedo come funziona risponde che più lavori e più guadagni, apostrofando il suo datore con un semplice quanto asettico “loro”. Giovanni la pensa più o meno alla stessa maniera, anche se non parla con i colleghi in piazza e resta isolato. Quarantadue anni, amante della bicicletta, lavora per Uber Eats e viene ogni giorno a Milano pedalando da Segrate, a circa dieci chilometri di distanza dalla piazzetta in cui ci troviamo. Ha lavorato in qualche magazzino della provincia come mulettista, poi è stato licenziato e ha dovuto sopperire iniziando a fare consegne. Gli auricolari nelle orecchie, porta un cappello di lana, una sciarpa marrone e due giubbini impermeabili uno sopra l’altro. A differenza degli altri fattorini non indossa una divisa ma porta con sé solo il cubo termico. Gli chiedo se è a conoscenza delle lotte dei fattorini di Torino, Bologna e Milano: le ignora del tutto. Così come Buba, ventidue anni, del Camerun, proveniente da un centro di accoglienza, che pure si ritiene soddisfatto di lavorare per Deliveroo. Sta appoggiato alla ringhiera in attesa degli ordini, guarda spesso il cellulare che tiene in mano e si esprime in francese per spiegarmi che è sempre meglio che essere disoccupati.

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(Foto di Chad Sparkes su flickr)

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