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La legge sull’interruzione volontaria di gravidanza ha 40 anni

30-maggio-2018

Il 22 maggio compiva 40 anni la legge 194, che ha introdotto l’interruzione volontaria di gravidanza in Italia. In questi giorni sui giornali sono state pubblicate analisi e commenti di ogni tipo, che testimoniano come il tema sia ancora molto controverso nel nostro Paese, nonostante siano passati molti anni dall’introduzione della norma. Nel giudicare l’efficacia della legge, bisogna partire dal fatto che fino a prima della sua introduzione in Italia esisteva l’aborto clandestino, e oggi questo non esiste più. Si tratta di un primo importante impatto positivo per la norma, con cui si è cancellato un comparto di illegalità che faceva soldi sulla pelle delle tante donne che decidevano di sottoporsi a rischiosi interventi. Traumi che le avrebbero segnate a vita, tanto psicologicamente quanto a livello di salute, visti i rischi insiti nell’intervenire al di fuori delle istituzioni ufficiali. Ovviamente il dramma psicologico dell’aborto permane anche dopo l’introduzione della legge, perché quella di interrompere una gravidanza è sempre una scelta drammatica e difficile, a prescindere da quali ne siano le cause.

Sbagliava quindi chi temeva che la possibilità di abortire avrebbe portato al dilagare dei numeri che, anzi, negli ultimi anni vanno contraendosi. «Le interruzioni volontarie di gravidanza si sono drasticamente ridotte – scrive Luca Borzani su Repubblica – passando da 234.800 nel 1982 a meno di 60 mila nel 2016 (-74 per cento). Ottantamila se si conta la popolazione immigrata. […] Così le statistiche ufficiali del Ministero della Salute indicano un progressivo ridursi sia del tasso di abortività che è nel 2016 del 6,5 su mille donne tra i 15 e i 49 anni (-60 per cento rispetto al 1982) sia del rapporto di abortività (numero delle interruzioni a fronte dei nati vivi) che è sceso a 182,4».

Il principale limite della legge è semmai la cosiddetta “obiezione di coscienza”, secondo cui i medici possono rifiutarsi di praticare l’interruzione di gravidanza. Si tratta di un diritto previsto in molti ordinamenti che hanno una legge sull’aborto legale, ma che solo in Italia arriva a percentuali di adesione così alte. «L’obiezione di coscienza è consentita, insieme all’aborto, in 21 su 25 paesi europei, ma rimane in Italia un tema molto controverso per la sua diffusione tra le più elevate al mondo: nel 2016 era obiettore il 71 per cento dei ginecologi italiani, con percentuali ben più alte in alcune regioni», si legge su Neodemos, in un articolo redatto a più mani.

Le Regioni dovrebbero vigilare affinché il numero di medici obiettori sia compensato da un congruo numero di non obiettori, in modo che il servizio sia sempre garantito. In realtà non è così, e spesso le donne sono costrette a spostarsi dal proprio luogo di residenza per andare ad abortire, perché nel territorio in cui abitano non riescono ad accedere alla prestazione. «Stando ai dati del ministero della Salute, solo nel 2016 i casi [di donne che si sono spostate per abortire] sono stati più di 4 mila, pari al 5 per cento del totale delle interruzioni di gravidanza». Siccome non è detto che tali spostamenti siano avvenuti proprio a causa dell’obiezione di coscienza (potrebbe esserci un’incongruenza tra la residenza anagrafica e il reale domicilio, oppure altri fattori possono influenzare la scelta, come la ricerca di una maggiore riservatezza al di fuori della propria comunità di appartenenza, ecc.), i ricercatori hanno provato a correlare i risultati con la mobilità territoriale delle donne e con le percentuali di obiezione di coscienza per regione. Hanno poi incrociato i dati «con le caratteristiche individuali delle donne che abortiscono, quali l’età, la condizione occupazionale, lo stato civile, la cittadinanza, il numero di figli, il ricorso pregresso all’IVG e l’urgenza dell’intervento stesso».

In entrambi i casi i risultati hanno confermato l’ipotesi iniziale, e cioè che l’obiezione di coscienza «aumenta significativamente la probabilità che una donna abortisca fuori dalla propria regione di residenza».

(Foto di Eric Ward su Unsplash)

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