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La democrazia arretra

16-maggio-2018

di Federico Caruso

Per anni abbiamo dato per scontato che la democrazia fosse un valore indiscutibile per il progresso della società. Non è sempre stato così, visto che nell’antica Grecia essa è stata criticata anche aspramente, non ultimo da Platone. Nel corso dei secoli il sistema di governo democratico è andato definendosi verso ciò che oggi chiamiamo democrazia rappresentativa. In essa, i cittadini non partecipano direttamente alle singole decisioni dello Stato, ma eleggono dei rappresentanti che hanno l’incarico di mettere in pratica delle politiche nelle quali i cittadini si possano riconoscere. Il grado di partecipazione dei cittadini alla scelta e al controllo di questa élite (perché di questo si tratta, e non c’è niente di male), e i suoi meccanismi di ricambio, contribuiscono a definire quanto “democratico” si possa definire un Paese.

Negli anni in cui il motto degli Stati Uniti era “esportare la democrazia”, tutta l’attenzione (o meglio la propaganda) si è soffermata sull’introduzione di elezioni. Il solo fatto che ci fossero dei candidati, una campagna elettorale, una consultazione popolare, sembrava garantire che un processo democratico fosse in atto in Paesi nei quali la gestione e la successione del potere era sempre stata saldamente in mano a un gruppo chiuso. Poco importava che mancassero tutti gli altri presupposti che garantiscono il buon funzionamento della democrazia: un’informazione libera e indipendente, gruppi politici seriamente intenzionati a mettere in atto un programma, votazioni libere e svolte in totale trasparenza, libertà per i cittadini di essere critici verso il potere, ecc. Molto spesso tali presupposti mancavano: la corruzione dilagava, i candidati non erano altro che il volto presentabile di questo o quel gruppo d’interesse (e spesso tra questi figuravano candidati molto vicini alle leadership dei Paesi che avevano garantito, talvolta militarmente, la transizione democratica), alle persone veniva impedito di votare liberamente, il sistema di voto veniva manomesso per favorire o penalizzare qualcuno. Esempi eclatanti di questo fenomeno sono stati l’Afghanistan e l’Iraq.

Oggi però, tornando alla frase di apertura, non sembra più così scontato che la democrazia faccia parte delle “magnifiche sorti e progressive” del genere umano. Secondo il report annuale di Freedom House, negli stessi Stati Uniti stanno avvenendo alcuni avvenimenti che minano le fondamentali regole della democrazia: l’azione dello Stato è meno trasparente, cresce dell’ipotesi che la Russia abbia influenzato le elezioni del 2016, si registrano la violazione di standard etici da parte dell’amministrazione e le ripetute falsità dichiarate dal presidente, ecc. Tutto questo, come si sarà capito, ha un nome: Donald Trump, anche se secondo l’organizzazione indipendente alcune tendenze erano già in atto durante l’amministrazione Obama.

Non sono solo gli Stati Uniti il problema. Se pensiamo alle altre due più grandi potenze mondiali, Russia e Cina, ci accorgiamo di come lì siano molto più evidenti gli aspetti antidemocratici. Nonostante in entrambi i Paesi si svolgano regolarmente delle elezioni, vige un sistema in cui il vertice è in mano a un gruppo dirigente molto ristretto e sempre più inamovibile, incentrato rispettivamente sulle figure di Vladimir Putin e Xi Jinping.

Venendo all’Europa, la Turchia è stata declassata nell’ultimo rapporto di Freedom House da “parzialmente libera” a “non libera”, per vari motivi: il controverso referendum costituzionale che ha concentrato i poteri sul presidente, il rimpiazzamento di massa di sindaci eletti con esponenti vicini al governo, la persecuzione di attivisti per i diritti civili e altri “nemici dello stato” individuati arbitrariamente, ecc. Ciò che preoccupa è che anche negli Stati che fanno parte dell’Unione europea, in cui la tradizione democratica ha una lunga storia, si stanno facendo largo da tempo movimenti e partiti apertamente scettici verso questa forma di governo. Ungheria e Polonia sono gli Stati in cui la tendenza è più evidente, e dove i rispettivi governi stanno approvando leggi che mettono in crisi l’autorità delle istituzioni e riducono lo spazio per il pensiero critico.

La tendenza sembra essere in atto anche in altri Paesi, anche se finora non si è manifestata così apertamente. Staremo a vedere, ma intanto è bene ricordare che non è solo il voto l’unità di misura della democraticità di un Paese, bensì tutto ciò che ci sta intorno, e che gli dà senso e sostanza.

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