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Mafia e dignità personale

14-novembre-2017

Il discorso che stiamo cercando di costruire, un pezzo per volta, sul concetto di mafia e sul modo in cui questa sia un fatto personale, oltre che un fenomeno storico, passa per il concetto di dignità. Nel parlarne, oggi, citiamo un esempio che ha a che fare con la politica, oltre che con la criminalità organizzata: quello di Amedeo Matacena. Di lui, ex deputato di Forza Italia, si è parlato molto nel 2014, quando la sua latitanza è stata collegata all’allora ministro dell’Interno Claudio Scajola, accusato di aver favorito la sua fuga.

Matacena è stato condannato in via definitiva nel 2013 per concorso esterno in associazione mafiosa. Ha evitato l’arresto fuggendo a Dubai, negli Emirati Arabi, con cui l’Italia non aveva allora trattati di estradizione. E si trova ancora lì, nonostante un trattato sia stato stipulato nel 2015. Qui sorge ovvia una domanda: come mai, se l’accordo è stato siglato due anni fa (a metà settembre del 2015 da parte del ministro della Giustizia Andrea Orlando), Matacena non è ancora stato consegnato alle autorità italiane? Semplice: perché manca la ratifica di quegli accordi da parte del Parlamento italiano. In particolare, dovrebbe essere il dicastero degli Affari esteri a occuparsi della calendarizzazione della questione alla Camera e al Senato. Lo stesso dicastero che era guidato da Paolo Gentiloni ai tempi della firma e che, il 12 dicembre 2016, è passato ad Angelino Alfano. La spiegazione addotta dalla Farnesina come causa di questo ritardo è di tipo giuridico e riguarda la reciprocità dell’accordo. Da un lato l’Italia ha delle remore a ratificare un trattato con uno Stato in cui è in vigore la pena di morte, dall’altro pare che nell’ordinamento degli Emirati arabi manchi un reato corrispondente al nostro “concorso esterno in associazione mafiosa”.

Una fase di stallo da cui non si riesce a uscire da due anni, che fa sì che un cittadino italiano, che è stato parlamentare dal 1994 al 2001, e che la magistratura ha accertato essere vicino alla cosca dei Rosmini di Reggio Calabria, sia libero di attendere che la sentenza che l’ha giudicato colpevole perda la sua cogenza, per poi magari rientrare in Italia da libero cittadino.

Ed ecco che, ripercorrendo la vicenda, ci viene in mente il concetto di dignità. Non tanto quella di Matacena, che almeno ha dalla sua la sfacciataggine dei suoi gesti: i reati, la fuga, la latitanza, le interviste in cui dice che a Dubai «si arrangia». La dignità e il rispetto che mancano all’appello sono soprattutto quelli delle persone che hanno favorito la sua carriera politica – ancor prima che la sua fuga –, pur sapendo quali erano le questioni in cui era coinvolto. La dignità e il rispetto (verso il proprio ruolo istituzionale e verso i cittadini) di chi potrebbe fare qualcosa per favorire il rientro di Matacena in Italia, eppure non lo fa. Secondo quanto spiegano i giornali la calendarizzazione della questione spetta alla Farnesina, ma perché nessuno, ormai da mesi, solleva la questione? La politica cerca di continuo la nostra indignazione per le questioni più diverse, possibilmente per metterci gli uni contro gli altri, o tutti contro tutti. Ma nessuno che si sia espresso, di recente, per segnalare questa vicenda o per fare in modo che il Parlamento se ne occupi in tempi brevi.

È anche per ciò che non si fa che si viene giudicati, non dalla magistratura, ma dalla storia. Cosa resterà di questa politica che rinuncia a utilizzare il proprio potere per ridare un senso di giustizia, fosse anche solo in maniera simbolica, ai cittadini? Non vogliamo generalizzare fino a parlare di “classe politica”, perché questa è composta di singole persone, responsabili individualmente per ciò che fanno o non fanno. Sicuramente c’è chi in buona fede evita certe questioni perché la missione che si è dato è un’altra. Ma la buona fede può bastare a giustificare l’omissione di un atto dovuto?

Per tutti, politici o meno, c’è un momento della giornata che non si può del tutto evitare: quello in cui ci si guarda allo specchio. È lì che ci si deve rispondere, davanti a se stessi, sul fatto di essere o meno puliti, di essere o meno corresponsabili di reati che si potevano evitare. Il pericolo più grande è quello di riuscire, in tutta sincerità, a mentire a se stessi, e ad agire come se quell’immagine riflessa non fosse più nostra. È lì che si cominciano a commettere errori su errori, fino a decretare la propria fine. Un po’ come Joe Gideon, il protagonista di All That Jazz, che ogni giorno guarda allo specchio il proprio volto sempre più segnato da una vita insostenibile, ma nonostante tutto si sforza di sfoggiare un sorriso artificiale e si ripete la solita frase: «Si va in scena!». Ma il sipario è ogni giorno più vicino.

(Foto di Akhilesh Ravishankar su flickr)

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