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Francia e Germania promuovono l’innovazione culturale

11-febbraio-2019

L’accordo di cooperazione siglato da Francia e Germania il 22 gennaio prevede la creazione di una piattaforma di produzione di contenuti culturali franco-tedeschi. I leader dei due paesi hanno dunque compreso che lo sviluppo poggia sull’innovazione, e questa a sua volta sulla produzione culturale. L’Italia da questo punto di vista è molto indietro, e si trova chiusa in politiche che guardano più al passato che al futuro. Riccardo Piaggio propone alcune considerazioni in merito, in un articolo pubblicato sulla Domenica del Sole 24 Ore del 3 febbraio.

La creatività, ricordava sempre l’economista della cultura Walter Santagata, è il nostro grande (e troppo sovente assente) modello strategico di sviluppo. «Se Giotto avesse fatto il pastore», scriveva nella sua Fabbrica della Cultura, «Firenze, Napoli, Padova e l’Italia tutta avrebbero perso le opere del suo genio»; siamo un popolo esterofilo, ma un Paese poco internazionale e il frutto del nostro genio, quando non resta sull’albero oltre maturazione, viene gustato sovente su tavole apparecchiate da altri e un tanto al chilo, senza tutelarne la straordinaria filiera. Da quando è stato abolito il famigerato MinCulPop, nel nostro Paese non esiste un Ministero con la missione primaria di sostenere la produzione (questa volta, laica e libera) della cultura e dei patrimoni di domani, ma primariamente della sua meritevole valorizzazione e tutela. Passi ne sono stati fatti (la sofferta Riforma Franceschini), ma le grandi sfide strategiche, al contrario della politica di ieri, oggi e domani, non ammettono esitazioni.

[Il 22 gennaio], con un incontro denso di significati simbolici (a 56 anni dalla firma di quel Traité de l’Élisée con cui il Generale De Gaulle e il Cancelliere Adenauer sancirono la prima, grande riconciliazione tra due Paesi protagonisti di quattrocento anni di ininterrotta ostilità), è stato firmato il Trattato di Aquisgrana che mette sulla carta (e sulla cartina geografica) le linee-guida per una cooperazione strategica tra Francia e Germania, al cui centro – ecco il valore dei simboli – oltre alle alleanze sui temi economici, infrastrutturali e della difesa, c’è un nuovo processo di simbiosi culturale che porterà, tra le altre cose, all’istituzione di una piattaforma di contenuti audiovisivi informativi e culturali franco-tedeschi, gemellaggi comunitari, reti congiunte di alta ricerca, un forum per l’avvenire e l’istituzione di quattro nuovi Istituti culturali integrati franco-tedeschi, oltre all’accorpamento di altri cinque (già esistenti ma ad oggi indipendenti) nel mondo, uno dei quali (l’unico in Europa) a Palermo.

Naturalmente, i due Paesi potranno usufruire del reseau delle rispettive, capillari Istituzioni di promozione delle lingue e cultura nel mondo, i 96 Institut Français (e, secondariamente, le oltre 800 Alliance française, che rappresenta per dimensioni la prima rete culturale nel mondo) e i 159 Goethe Institut (otto in Italia). Non basta affermare “con la cultura si mangia” (un concetto pneumatico, in un Paese come il nostro addirittura rischioso), perché se non si comincia a produrne di nuova, presto o tardi sul piatto clamorosamente vuoto potremo specchiare la nostra ennesima occasione mancata. Cultura, arte e innovazione sono, semplicemente, il nostro futuro. Si chiama soft power – secondo la celebre definizione del politologo di Harvard Joseph Nye – che indica in «cultura, valori e istituzioni della politica» gli elementi ultimi del nostro dna sociale. Noi, per ora, siamo fermi, e fuori da un accordo cartesiano, uno di quei capolavori della diplomazia francese (e del logos germanico) che evoca il celebre calembour della ballerina russa Anna Pavlova: «diplomazia è lasciare che qualcun altro faccia a modo tuo»; questo formidabile Trattato, nella sua lettura semplice come un menù McDonald’s e ben apparecchiato come ci si attende da un grand repas gastronomique, non a caso Patrimonio Unesco, edificherà in qualche modo, che ancora non conosciamo, l’Europa di domani.

Il Trattato snocciola ventotto articoli e quindici azioni prioritarie «per il XXI secolo», guardando al futuro dell’Europa, che dal dopo Brexit è a guida franco-tedesca. L’Italia, terza economia della Ue e primo Paese per concezione e produzione di soft skills strategici (dall’alto artigianato, di cui siamo ormai gli ultimi testimoni nel mondo, all’enogastronomia, per non parlare dei patrimoni culturali ed artistici), continua ad apparire agli occhi dei cugini francesi e tedeschi come una incomprensibile miniera d’oro alimentata da faide di dantesca (e manzoniana) memoria. Una delle sfide dei prossimi decenni, per il nostro antico, glorioso Paese, si gioca nel cercare di uscire dalla doppia trappola della tipizzazione e della globalizzazione, due facce dello stesso tramonto. Senza connessioni e relazioni, senza un pensiero che non sia sempre di pronto soccorso, ma arrivi almeno a dopodomani, siamo destinati al folklore e non resterà che un radioso futuro anteriore, dietro di noi.

(Foto da flickr)

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