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L’occupazione femminile e la crescita del Paese

09-marzo-2018

Il lavoro delle donne rappresenta un enorme potenziale di crescita del Paese. Per questo la promozione dell’occupazione femminile e la parità tra uomini e donne nel mercato del lavoro dovrebbero essere una priorità. Non solo una volta l’anno. Ne parlano Daniela Del Boca e Paola Profeta su Lavoce.info.

Il ruolo delle donne nell’economia

L’ultimo dato Istat sul tasso di occupazione femminile segnala un valore record per il nostro paese, pari al 49,3 per cento a gennaio 2018 (popolazione 15-64 anni). Dopo anni di oscillazione intorno al 47-48 per cento, avvicinarsi almeno alla soglia del 50 per cento è una buona notizia (figura 1). Siamo comunque ancora lontani da quella soglia del 60 per cento di donne occupate che, secondo le stime della Banca d’Italia, produrrebbe in Italia un incremento del prodotto interno lordo – a produttività invariata – del 9 per cento (https://www.slideshare.net/chiaracini/roberta-zizza-occupazione-femminile).

Negli stessi giorni in cui sono stati pubblicati i numeri sull’occupazione femminile, è uscito il dato che riguarda il Pil, aumentato dell’1,5 per cento, l’incremento maggiore dal 2010. Anche se è difficile stabilire una relazione tra l’incremento del Pil e l’aumento dell’occupazione femminile, i dati sono in linea con quanto previsto dalla womenomics, secondo cui il lavoro femminile fa crescere l’economia e, dunque, favorire una maggiore integrazione delle donne nel mercato del lavoro risponde anche a principi di efficienza economica.

Secondo questo approccio, una crescita della partecipazione delle donne al lavoro potrebbe aiutare a risolvere le difficoltà derivanti dall’invecchiamento della popolazione. Colmare il divario occupazionale di genere permetterebbe di superare il problema della sostenibilità delle pensioni in due modi: direttamente, con l’aumento del tasso di occupazione – una maggiore quantità di forza lavoro farebbe scendere il rapporto tra pensionati e lavoratori, rendendo più sostenibile l’erogazione delle pensioni; e indirettamente, attraverso l’aumento del tasso di fecondità.

L’aumento dell’occupazione trainato dalle donne è concentrato tra i giovani 15-24 anni (+2,4 per cento) e gli over 50 (+1 per cento), i due gruppi su cui in questi ultimi anni si è intervenuti per via legislativa (Jobs act e riforme pensionistiche) con l’obiettivo principale di aumentarne la partecipazione al mercato del lavoro.

L’aumento dell’occupazione femminile è però concentrata in lavori a tempo determinato. Se guardiamo infatti al gruppo di età tra i 25 e 49 anni, l’occupazione a tempo indeterminato non è aumentata oppure è diminuita. Il fatto che la crescita occupazionale non sia accompagnata da maggiore stabilità (e riguardi in gran parte le coorti giovanissime e meno giovani) può spiegare perché la fecondità nel nostro paese non si è mossa: è ancora ai livelli minimi di 1,3 figli per donna e resta tra le più basse del mondo (http://www.lavoce.info/archives/51109/promesse-elettorali-nellitalia-delle-culle-vuote/).

Ci vogliono politiche ben più incisive per aumentare l’occupazione femminile e aiutare il paese a raggiungere risultati migliori di uno stentato 49,3 per cento.

Un tema sempre in secondo piano

La strada verso la parità tra uomini e donne è ancora lunga: il tasso di occupazione maschile è pari al 67 per cento, mentre le raccomandazioni europee fissano l’obiettivo per il 2020, sia per il tasso maschile che per quello femminile, al 75 per cento. Il tasso di occupazione femminile italiano, sia pure in crescita, resta tra gli ultimi in Europa. Già nel 2016, ultimo anno per il quale sono disponibili i dati per il confronto con gli altri paesi europei, solo in Italia e Grecia era al di sotto del 50 per cento (figura 2)

Eppure, il potenziale contributo delle donne al mercato del lavoro è molto più ampio di questi risultati. Ormai da almeno 15 anni in Italia si laureano più donne che uomini, un divario che aumenta e che include quasi tutte le discipline di studio.

Le cause dei ritardi nei risultati sul mercato del lavoro sono note: difficoltà per le donne di restare al lavoro dopo la maternità, per gli ostacoli alla conciliazione lavoro-famiglia e la scarsa condivisione del lavoro di cura; processi di selezione e di promozione che ancora le ostacolano; una cultura poco favorevole alla parità di ruoli tra uomini e donne. Anche le soluzioni, in parte, sono note, partendo dagli sgravi fiscali, fino all’introduzione di più significativi congedi di paternità e all’investimento nei servizi di cura.

Meno chiaro invece è perché il tema sia sempre relegato ai margini del processo decisionale. Di fronte della crescente consapevolezza che il lavoro femminile rappresenta un enorme potenziale di crescita del paese, come sottolineano autorevoli studi di istituzioni nazionali e internazionali, i deludenti risultati italiani dovrebbero allarmare molto di più di quanto non accada. Invece, abbiamo assistito a una campagna elettorale in cui il tema dell’occupazione femminile era spesso ai margini del dibattito. La vera sfida ora è rimettere tra le priorità dell’agenda decisionale la promozione dell’occupazione femminile e la parità tra uomini e donne nel mercato del lavoro. Un obiettivo da non perdere mai di vista, e per il quale impegnarsi, non solo l’8 marzo.

 

(Foto di Royce Bair da flickr)

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