ricerca

Le riviste pseudo-scientifiche che infettano la ricerca

26-luglio-2018

di Federico Caruso

Un’inchiesta condotta da diversi giornalisti in varie parti del mondo ha mostrato che una grande quantità di riviste pseudo-scientifiche pubblicano ogni giorno pseudo-ricerche di pseudo-ricercatori. Il problema non è nuovo, ma ora si è scoperto che fa registrare numeri molto alti. Dentro questi giornali si trova un po’ di tutto: documenti prodotti da case farmaceutiche, gruppi che usano queste pubblicazioni per diffondere scetticismo sul cambiamento climatico, ecc.

Per fare un esempio, riportato da Le Monde,un articolo pubblicato sul Journal of Integrative Oncology sosteneva che l’estratto di propoli fosse più efficace della chemioterapia nel trattamento del cancro colorettale. Lo studio era ovviamente falso e gli autori risultavano affiliati a un centro di ricerca inesistente. L’articolo è stato rimosso dopo la segnalazione, ma è ancora raggiungibile dalla cache di Google.

Ma, e questo è un aspetto ancora più delicato, sono anche molti autentici ricercatori e scienziati a pubblicare su queste riviste, convinti che si tratti di pubblicazioni scientifiche. Ci sono quindi importanti università che utilizzano (in buona fede) i propri fondi per diffondere i risultati delle proprie ricerche e quindi migliorare la propria reputazione. Col risultato, invece, di migliorare quella delle riviste in questione, che infatti spesso finiscono nelle grandi banche dati consultate normalmente dai ricercatori, come Web of Science, Scopus o Google Scholar.

L’inchiesta è stata condotta da un team di giornalisti che operano in Europa, Asia e Stati Uniti, e che insieme hanno analizzato 175mila articoli pubblicati da cinque tra le più grandi piattaforme pseudo-scientifiche conosciute, tra cui l’indiana Omics Publishing Group e il turco World Academy of Science, Engineering and Technology (Waset). Secondo i risultati di una ricerca fatta sul database Scopus, spiega Le Monde, più di 60mila articoli risalenti al 2015 presenti sulla banca dati sono finiti su questo tipo di riviste. Il 3 per cento del totale degli articoli caricati quell’anno su Scopus. Secondo la testata tedesca NDR, si parla di 400mila scienziati coinvolti dal problema nel mondo, di cui 5mila solo in Germania.

Ciò che porta molti ricercatori a dare credito alle riviste in questione è il fatto che queste sostengono di rispettare gli standard di peer-review richiesti dalla comunità scientifica. Secondo l’inchiesta, invece, la revisione spesso viene saltata. Gli articoli sono pubblicati pochi giorni dopo l’invio, dando così visibilità e attendibilità a ricerche che non hanno superato le fasi di controllo. Uno dei metodi utilizzati dai giornalisti che hanno condotto la ricerca è stato quello di provare in prima persona a pubblicare articoli pseudo-scientifici sulle riviste analizzate. Ci sono riusciti senza problemi, e inoltre hanno potuto partecipare a conferenze organizzate dalle testate che li hanno ospitati.

Le pratiche di queste riviste sono spesso molto sleali nei confronti degli autori degli articoli. Spesso le testate inviano loro delle mail in cui li invitano a mandare i propri lavori. Solo dopo l’invio, comunicano loro che per la pubblicazione è prevista una tariffa, solitamente piuttosto alta. Si sfrutta così la pressione che spinge i ricercatori a pubblicare molti articoli al fine progredire nella carriera accademica. Si tratta di un fenomeno su cui è opportuno stare molto attenti. Ed è bene che anche i giornalisti, prima di offrire al lettore i risultati dell’ennesima “ricerca scientifica”, facciano un controllo accurato dell’attendibilità della fonte. La ricerca scientifica è una cosa complessa, e conoscerne i meccanismi aiuta a distinguere le pubblicazioni che aggiungono valore da quelle inattendibili.

 

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *