violenza

Violenza di genere: quando le sedie volano come fossero baci

09-febbraio-2018

di Federico Caruso

Ma l’amore c’entra?, si chiede (e ci chiede) il titolo del film di Elisabetta Lodoli, che esplora il problema della violenza contro le donne dal punto di vista di tre uomini che, in una o più occasioni, hanno picchiato le loro compagne. Una domanda sincera e priva di retorica, che muove – per ammissione della stessa regista – dalle letture dell’opera della saggista e femminista Lea Melandri, che da anni cerca di individuare (se c’è) il nesso tra la relazione di coppia e lo scaturire della violenza.

La risposta della psicanalisi, al termine della proiezione che si è svolta mercoledì sera al Mast di Bologna, la fornisce Massimo Recalcati, ospite del dibattito, ed è molto netta: no, l’amore non c’entra. Anzi, la violenza all’interno della coppia è qualcosa che rompe e determina una cesura nel rapporto. Attenzione dunque a non cadere nei cliché ai quali ci ha abituato una parte della stampa italiana. Il documentario di Lodoli punta con successo a tenersi alla larga dai luoghi comuni, ma anche dai rischi impliciti in un’operazione coraggiosa già nei presupposti: raccontare la violenza sulle donne facendo parlare gli uomini.

Si ripercorrono le vicende di tre utenti del centro Ldv (Liberiamoci dalla violenza) di Modena, di cui avevamo parlato in un post del 2012, che è il primo centro per il trattamento della violenza maschile gestito dalla pubblica amministrazione. Per esigenze di privacy non viene rivelata l’identità dei protagonisti, le cui interviste (realizzate dalla regista, assieme alle collaboratrici Federica Iacobelli e Roberta Baroni, senza la presenza degli psicologi) sono interpretate da attori, che prestano la propria voce, ma non il volto. In un’operazione ingegnosa quanto non scontata, degli attori si nega infatti il viso, che viene oscurato in vari modi. Esso appare nero, con un gioco di controluce, quando i tre parlano dal palco di un “teatro-cucina” (così lo definisce Lodoli). Uno spazio che sembra portare in scena l’inconscio dei personaggi, con richiami all’ambiente domestico (le sedie, un televisore, piatti rotti) e a quello della terapia di gruppo. Oppure il volto è negato da un vetro smerigliato, sostituito dal grafico dell’onda di una voce, oppure ancora confinato in un angolo dell’inquadratura, e si lascia che sia il paesaggio che entra dalla finestra a dominare l’inquadratura. L’autenticità del racconto (problema che si pone data la scelta del genere documentaristico) viene cercata (e raggiunta) con un doppio inganno: gli attori prendono il posto dei personaggi reali, ma recitano col volto coperto, rendendo la sua negazione un elemento centrale del discorso cinematografico.

Mentre scorrono le immagini, si esplora (e si fa sempre più difficile da definire) il concetto di soglia: dentro/fuori, buio/luce, quiete/tempesta, ecc. A livello di pesi ed equilibri, la parola sembra avere un ruolo centrale nella prima parte del film, per poi ridurre la sua presenza e la sua densità man mano che il film si sviluppa. Come se, una volta delineate le situazioni familiari messe in scena, si riconoscesse all’immagine un potere più forte di rappresentazione. Mentre gli interventi parlati diventano sempre più rari e frammentati, prendono spazio le suggestioni date dal montaggio delle immagini.

Si diceva dei rischi impliciti nell’impresa: su tutti quello (evitato con eleganza) di presentare gli uomini che hanno agito violenza come mostri, in un’eccessiva semplificazione nella rappresentazione del male. D’altro canto, si prospettava il suo specchio, ossia il rischio di innescare un’eccessiva empatia verso quelli che appaiono come uomini fragili, spaventati da se stessi e da ciò che hanno fatto (e che, talvolta, sembrano avere vissuto da spettatori, più che da attori). Il rischio è quello, terribile, di deresponsabilizzare il colpevole: cedere all’idea del “raptus”, della “follia”. Anche qui, Lodoli riesce a evitarlo e a fare in modo che si ponga la giusta distanza tra chi guarda e chi si racconta.

In altre parole, il film ha il merito di farci capire qualcosa in più su un fenomeno complesso (e che solo da pochi anni si sta cominciando ad affrontare dal punto di vista del maschio violento), senza portarci troppo dentro (il problema della soglia vale anche per lo spettatore) alle esistenze dei protagonisti. Un film che andrebbe visto e commentato, per il quale sarebbe interessante creare molte occasioni di proiezione e dibattito, magari anche in ambito scolastico.

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