Nei giorni scorsi, ha trovato ampio spazio sulle pagine dei giornali e nei servizi dei telegiornali il cosiddetto “fenomeno Blue Whale”. Si tratterebbe di un pericoloso gioco nato sui social network, in cui si inducono gli adolescenti prima all’autolesionismo e poi al suicidio. Di vero c’è poco o forse nulla, ma la grande attenzione riservata alla storia rischia di trasformare un’invenzione in un problema reale. Un bell’articolo di Claudia Torrisi e Andrea Zitelli per ValigiaBlu ricostruisce la vicenda dalla sua nascita, che risale a un’inchiesta pubblicata in Russia più di un anno fa, e continua a rimbalzare in giro per il mondo fino ad approdare a un servizio andato in onda su Le Iene il 14 maggio scorso.

Difficile sintetizzare in maniera efficace il percorso di Blue Whale. Per quanto riguarda la sua origine, si deve risalire all’articolo pubblicato dalla giornalista Galina Mursalieva sul sito russo d’informazione indipendente Novaya Gazeta. L’inchiesta ha il grande difetto di collegare un problema reale (l’alto numero di suicidi di minorenni in Russia) a un fenomeno che probabilmente era solo una leggenda metropolitana. Basandosi unicamente su interviste a genitori di ragazzi suicidi, la giornalista ricostruisce una costellazione di gruppi attivi sul più grande social network russo (VKontakte), in cui misteriosi “curatori” avvicinano gli adolescenti per poi, attraverso una pressione psicologica costante, istigarli al suicidio. Effettivamente gruppi con contenuti legati ad autolesionismo e suicidio sono stati trovati e chiusi, e c’è stato anche l’arresto di un certo Philipp Budeykin (conosciuto come “Philip Liss”). Le indagini non hanno però mai potuto dimostrare un nesso causale tra i suicidi e le attività dei gruppi.

La cosa, dopo essere stata ripresa e chiarita anche da altre testate russe, si è in seguito sgonfiata. Salvo poi, per strane dinamiche della disinformazione virale, approdare sulle testate scandalistiche inglesi tra febbraio e marzo del 2017: The Sun, Mirror e Daily Mail. Il 27 febbraio, Snopes, sito specializzato nel fact-checking, ricostruisce la la vicenda classificandola come non verificata.

Venendo all’Italia, la notizia trova spazio inizialmente su La Stampa il 3 giugno 2016, con un taglio che parla però di “un brutto scherzo”, puntando a sgonfiare la notizia. Il 18 febbraio l’argomento torna sui giornali italiani, stavolta su Repubblica. Anche qui si sottolineano le esagerazioni dell’inchiesta della Novaya Gazeta, invitando però a non sottovalutare l’emergenza. Da qui in poi, è tutto un lanciare allarmi, parlando di “gioco che ha già portato al suicidio 130 adolescenti”. Le testate in questione sono Il Messaggero, Libero, Quotidiano.net, Il Giornale. Il culmine dell’allarmismo arriva però con il servizio andato in onda il 14 maggio su Le Iene. Qui l’autore mette in relazione Blue Whale con un caso di cronaca avvenuto a Livorno, in cui un ragazzino di 15 anni si è tolto la vita lanciandosi da un palazzo. Nonostante si ammetta che non ci sono prove di alcun legame, si lascia però intendere che possa esserci una qualche diretta connessione. La più grande verità pronunciata nel servizio, forse l’unica, è questa: «Dietro questo gesto assurdo si nasconde qualcosa di ancora più mostruoso che non è facile da capire». Già, le motivazioni di un gesto così estremo e incomprensibile sono sempre complesse e hanno un che di “mostruoso”, in un certo senso, ma di sicuro non hanno la forma di una balena blu.

Dietro all’autolesionismo e al suicidio dei giovani ci sono motivazioni profonde, situazioni di disagio legate a problemi affettivi, relazionali e psicologici. L’eventuale esistenza di gruppi che propongano “prove da superare” e che conducano al suicidio potrebbero essere un’esca in grado di attrarre chi già soffre di gravi problemi. Il guaio di una trattazione così superficiale e sensazionalistica da parte dei media italiani è di aver generato attenzione attorno a un fenomeno probabilmente frutto di pura invenzione, al punto da creare le premesse affinché qualcosa di vero possa accadere. «Dalla messa in onda del servizio de Le Iene – si legge su ValigiaBlu –, nella settimana tra il 14 e il 20 maggio, c’è un picco di ricerche su Google su “Blue Whale”, e poi tra il 21 e il 27 dello stesso mese. Precedentemente – se si fa eccezione per gli articoli pubblicati a marzo, ma comunque si parla di piccoli numeri – la frequenza di ricerche è praticamente nulla. La stessa dinamica si verifica anche sui social network. Dalla seconda metà di maggio su Twitter nascono diversi account che si presentano come “curatori”». L’unica verità in tutta questa storia, è che gli stessi media che denunciano e si chiamano fuori dal problema delle fake news sono i primi a diffonderle.

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