Negli ultimi mesi, i termini del dibattito pubblico sui temi centrali del discorso politico sono molto cambiati. È raro imbattersi in veri dialoghi tra persone con punti di vista differenti, in cui ognuno prova a esprimere il proprio punto di vista articolando un discorso. A questo si è sostituita la ripetizione di slogan, di formule precostituite, di parole chiave. L’abitudine non caratterizza solo il linguaggio politico, ma è arrivato alle persone “comuni”, tra cui l’utilizzo di questi elementi del discorso diventa un messaggio di appartenenza a questo o quel gruppo.

La parola diventa un recinto, in cui si viene chiusi dall’interlocutore, facendo passare in secondo piano ogni possibilità di argomentazione, di precisazione, di “originalità” dell’opinione. Se pensiamo all’immigrazione, l’uso (con accezione positiva) della parola “accoglienza” diventa un elemento distintivo di chi si oppone alle politiche di respingimento del governo. Chi invece parla di “problema” immigrazione, sarà invece sospetto di opinioni favorevoli ai respingimenti indiscriminati e alle espulsioni di massa. Risulta dunque molto difficile, su questo come su altri temi (grandi opere, politiche economiche, rapporti con l’Unione europea, ecc.), confrontarsi realmente sulla base di idee e di elementi concreti che apportino un avanzamento ai termini della conversazione. Si tende per lo più a ripetere gli stessi concetti, o a deviare il discorso verso altri ambiti, solo apparentemente collegati all’argomento di partenza (celebre e azzeccato il tormentone di Caterina Guzzanti: “E allora le Foibe?!”).

Ne ha scritto sulla Domenica del Sole 24 Ore del 29 luglio la scrittrice Paola Mastrocola, denunciando il suo fastidio verso l’atteggiamento dei cosiddetti “ceti medi riflessivi” verso la questione dei migranti. Nella discussione, secondo Mastrocola, si sono formati due schieramenti, distinti e non dialoganti: i Buoni e i Cattivi. Un’iper-semplificazione che di certo non giova alla qualità del dibattito, e che rischia di condannare nella schiera dei Cattivi ogni pensiero articolato su un problema così complesso. «Così, da una parte, per dirla in breve, ci sono i buoni dell’accoglienza-tolleranza-solidarietà – scrive Mastrocola –; e dall’altra i cattivi della morte, desolazione, disuguaglianza, egoismo, sopruso, disprezzo della vita umana. E le due parti sono drasticamente definite: nella prima schiera intellettuali, scrittori, giornalisti, professionisti d’ogni genere paladini del Bene: i pochi, “illuminati”; e nella seconda il popolo bruto e rozzo dei sentimenti ignobili: i molti, dunque per contrapposizione, “bui”». Usare la parola sbagliata, o lanciare una dichiarazione non perfettamente allineata allo “schieramento” cui implicitamente si è portati ad aderire, rischia di proiettare il mittente del messaggio nella fazione opposta, col risultato di essere probabilmente rifiutato da entrambe.

La complessità crea confusione, e il risultato è che, in molti, scelgono di non parlare. Piuttosto che essere fraintesi, preferiscono tacere. «Se tutti coloro che non sono Cattivi, non vogliono la morte dei migranti in mare, né le ruspe e i rastrellamenti, ma nello stesso tempo non si riconoscono nel semplicismo delle soluzioni dei Buoni né nella loro arroganza morale, nell’esibire le virtuose formule della loro superiorità; se costoro rompessero il silenzio e si convincessero a parlare, forse i muri che ci troviamo davanti cadrebbero».

C’è un problema di lessico che rischia di mettere in disparte chi non lo accetta. Se non si usano frasi e parole forti, perfino volgari, si finisce nel calderone del politically correct. Del resto, se si accettano quei toni ci si deve poi confrontare con modalità di confronto che facilmente diventano aggressive. Negli anni, un giornale come il Foglio ha ingaggiato una dura lotta contro il politicamente corretto, rivendicando il diritto a essere scurrili. Oggi ci troviamo in un clima completamente ribaltato, dove il politicamente corretto corrisponde alla retorica del “buonismo”.

Ne ha scritto l’ex senatore Luigi Manconi, proprio sul giornale diretto da Claudio Cerasa e fondato da Giuliano Ferrara, rispondendo ad alcune dichiarazioni del direttore: «Tu, voi – i Cerasa e i Ferrara e, peraltro, io, ma in un habitat appena un po’ più in là – vivevate proprio in una di quelle “bolle”, ne condividevate l’esistenza conventicolare e, infine, non ne avete più sopportato il clima asfittico. Liberandovene, avete pensato che quella bolla, quel clima, quel linguaggio, corrispondessero al senso comune del mondo intero. E avete deciso di dar battaglia, senza rendervi conto che nel mondo intero ben altra mentalità tendeva a prevalere, e da lungo tempo. Una mentalità politicamente scorrettissima e cattivissima. E così, mentre ingaggiavate fiere scaramucce e ardimentose guerricciole contro il buonismo e il relativismo, si affermava senza incontrare resistenze un vocabolario che, per dire pane al pane e vino al vino, finiva col compiacersi gaudente nel chiamare froci i froci e negri i negri. E, allora, tanto per fare gli spiritosi e riderci un po’ su, perché non chiamare Lo Sciancato l’allenatore dell’Uruguay, Oscar Tabarez aggrappato alla sua stampella? E, se questa è la tendenza irresistibile del momento, chi e quando dovrà e vorrà fissare un limite? Una delle conseguenze di questo prolasso della mente e delle parole è l’autocommiserazione di chi – mentre combatte intrepidamente il pol.corr. – pensa che tutti gli diano del “razzista” (o del “fascista” o del “nazista”) e ne gode lacrimosamente: si arrampica su una etichetta che gli appare terribilista e, dunque, gratificante (razzista!), mai attribuitagli, in realtà, non avvedendosi che – al massimo – gli si dà del coglione».

(Foto di Jason Rosewell su Unsplash)