Con i quarti di finale conquistati dalle giocatrici italiane agli ultimi mondiali di calcio femminili, possiamo forse dire che la prima parte dell’estate 2019 sarà ricordata come quella in cui gli italiani scoprirono il calcio femminile. Secondo una rilevazione di StageUp e Ipsos, gli ultimi mondiali hanno raggiunto 24,9 milioni di italiani, con 7 milioni e 300mila persone davanti alla televisione durante l’ultima partita della fase a gironi tra Italia e Brasile. Sembra passata una vita da quando, nel 2015, l’allora presidente della Lega nazionale dilettanti (Lnd) Felice Belloli definiva le calciatrici “quattro lesbiche”. Non aveva fatto meglio il suo predecessore Carlo Tavecchio, che in un’intervista alla trasmissione Rai Report disse: «Si pensava che le donne fossero handicappate rispetto al maschio, ma abbiamo riscontrato che sono molto simili». Sembrano dichiarazioni strampalate lette oggi, eppure sono lo specchio di un problema culturale che ha impedito per decenni al calcio femminile di crescere a ritmi paragonabili a quello maschile.

Una storia complicata

L’interesse delle donne per il calcio prese forma già nei primi decenni del Novecento, incontrando però grosse resistenze da parte della dirigenza maschile. Daniele Martino, insegnante e dirigente sportivo, su Doppiozero ricorda «la milanese Losanna Strigaro, “signorina” che per tutto il 1933 bersagliò di lettere il Littoriale, giornale ufficiale dello sport fascista, chiedendo perché la sua squadra femminile non avesse il diritto di avere una Federazione nel CONI e un campionato, ricevendo imperterrita le risposte sprezzanti, volgari e intimidatorie del direttore». La prima Federazione italiana calcio femminile si costituì nel 1968 e cominciò a organizzare i primi tornei. Dopo due anni la federazione si scisse in due diverse entità, per poi riunirsi nella Federazione italiana femminile giuoco calcio nel 1972. Ma il processo di crescita del settore fu ostacolato dalla Federazione italiana giuoco calcio: «Nei primi anni Settanta l’associazione nata dai club femminili […] chiese il riconoscimento da parte della FIGC, la quale, tramite una commissione di studio appositamente creata, diede parere negativo: si dovette aspettare fino al 1986 prima del riconoscimento federale, un ritardo poco giustificabile che ne ha inevitabilmente frenato lo sviluppo». Da allora sono stati fatti molti passi avanti e forse il più importante è avvenuto nel 2015, quando la Figc impose a tutte le squadre professionistiche di serie A e B di aprire un settore femminile giovanile.

I valori dello sport

Un aspetto interessante del recente apprezzamento per i mondiali femminili di calcio è il fatto che si siano tornati a vedere gesti e atteggiamenti che riportano ai valori sportivi di cui il calcio maschile talvolta sembra dimenticarsi. Secondo l’indagine citata più su le cose più apprezzate da chi ha guardato i mondiali di calcio femminili sono state lo spirito di squadra (20 per cento) e la “modernità” (20 per cento). «Particolarmente apprezzato dal pubblico femminile il rispetto delle regole e la spettacolarità, mentre gli uomini sono più affascinati dall’eleganza delle giocatrici e dal loro fair play, nota spesso dolente nel calcio maschile». Un aspetto che viene sottolineato anche da Martino nella sua esperienza di allenatore: «Le atlete sono molto allegre, si divertono, sono quasi tutte simpatiche, chi è competitiva o maldicente viene isolata, il senso della squadra e dell’abbraccio è dominante; le “avversarie” non sono nemiche, prima e dopo scherzano fra loro, socializzano. Sono raramente egocentriche, mai violente. Quando fanno un gol sono contente ma non fanno piroette grottesche o gestacci personalizzati. Il movimento del calcio femminile sta ripristinando nello sport del calcio i valori dello sport».

Il problema del professionismo

Come denunciavamo tempo fa, uno dei problemi per la crescita del calcio femminile è che le atlete non sono ingaggiate dalle rispettive squadre in quanto professioniste: «Come in tanti altri paesi europei con un campionato regolamentare organizzato dalla federazione – si legge sul Post –, anche le calciatrici italiane, dalla Serie A in giù, non hanno dei veri e propri contratti e non possono nemmeno averli, perché sono inquadrate come dilettanti. Per le dilettanti è quindi esclusa ogni forma di lavoro autonomo e subordinato: i rapporti con le società sono definiti da vincoli e accordi economici minori che raramente superano la durata annuale». Su questo aspetto l’attuale crisi di governo potrebbe avere un effetto negativo in caso di scioglimento anticipato del Parlamento. È in corso infatti l’esame di una riforma complessiva dell’ordinamento sportivo, già approvata dalla Camera e in attesa di lettura in Senato.

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