Dopo un’indagine durata tre anni, il 13 luglio si è arrivati alla sentenza per “riduzione in schiavitù” contro undici imputati, da parte della Corte di assise di Lecce. Le forze dell’ordine hanno cominciato a indagare su un nucleo di personaggi sospettati di essere dediti al caporalato, principalmente a Nardò, ma anche a Rosarno e in altre zone del Mezzogiorno. La cosiddetta “Inchiesta Sabr” (dal nome di uno dei caporali) ha accertato che l’organizzazione criminale aveva messo in piedi un sistema che partiva dall’immigrazione irregolare per arrivare al lavoro nei campi, riducendo le vittime in condizioni disumane.

«Gli stranieri venivano introdotti in Italia con il fine dello sfruttamento lavorativo nella raccolta di angurie e di pomodori – si legge su Il tacco d’Italia – ed erano mantenuti in condizione di soggezione continuativa e, pertanto, diretta alla commissione di più delitti, tra cui quelli di riduzione in condizione analoga alla schiavitù, di favoreggiamento alla permanenza illegale sul territorio italiano di cittadini extracomunitari, di intermediazione illecita e grave sfruttamento del lavoro, di estorsione e di violenza privata». Si illudevano le persone con falsi contratti di lavoro, e poi le si obbligava ad accettare un impiego a qualsiasi condizione, facendo leva sul loro status di immigrati irregolari.

Secondo il sociologo Antonio Ciniero, questa sentenza è arrivata anche grazie alle mobilitazioni dei lavoratori dei campi cominciate nel 2011. Si è trattato di un momento importante per la visibilità del problema anche oltre le aree e le persone interessate. Inoltre, lo è stato anche perché le istanze dei lavoratori sono state sostenute da organizzazioni sindacali e associazioni. «Nello sciopero del 2011 – scrive Ciniero –, il lavoro in quanto tale assunse una assoluta centralità. Chi scioperava lo faceva in quanto lavoratore: rinunciava al suo salario non per rivendicare generici diritti, ma specificatamente perché pretendeva il rispetto dei propri diritti sindacali. Tra le principali rivendicazioni portate avanti: il superamento del sistema del caporalato e la richiesta di trattare direttamente con i datori di lavoro, l’innalzamento dei livelli salariali, il rifiuto del lavoro a cottimo, la regolarizzazione del rapporto lavorativo, l’emersione dal lavoro nero e il riconoscimento di tutele e garanzie previdenziali».

L’inchiesta e le mobilitazioni hanno percorso binari molto vicini, che idealmente si sono incontrati proprio in questa sentenza. Grazie anche all’attivazione dei lavoratori dei campi, il governo italiano varò nel 2011 un decreto legge (il n. 138) «che all’articolo 12 introduce, per la prima volta nell’ordinamento giuridico del nostro paese, la pena della reclusione per chi effettua illegalmente intermediazione lavorativa. È grazie a quel decreto legge che si è potuto istruire il processo che oggi sancisce che a Nardò esiste la schiavitù». Una parola antica, che siamo abituati a leggere sui libri di storia più che sui giornali, o comunque ad attribuire a mondi molto lontani dal nostro. Eppure, come da secoli accade, è proprio grazie alla schiavitù che una certa parte della popolazione può permettersi di avere accesso a determinati beni e prodotti a costi bassissimi. Il prezzo per il consumatore finale spesso ha come contraltare un salario infimo erogato a migliaia di lavoratori, privi di contratti regolari e di qualsiasi garanzia.

Purtroppo non sarà questa sentenza a fermare il ripetersi di pratiche simili a quelle di questi 11 criminali. Si tratta però di un segnale positivo per capire che, se non altro, ci sono strumenti giuridici adeguati per punire coloro che mettono in piedi sistemi criminali di questo tipo, anche se andrebbero comunque integrati. «La sentenza – conclude Ciniero – è un indubbio passo in avanti, un risultato di grande importanza. Tuttavia, basta fare un giro per le campagne di Nardò per rendersi conto che la situazione dei lavoratori, nel complesso, non è affatto migliorata: il ghetto continua ad esistere, il lavoro nero continua a rappresentare la modalità prevalente di impiego e il caporalato continua ad essere il meccanismo abituale per l’intermediazione tra domanda e offerta di lavoro. Anche l’approvazione della recente legge contro il caporalato (la n. 199/2016), di fatto, rischia di avere scarsa possibilità di successo nel contrasto allo sfruttamento in agricoltura, perché è una legge che si limita ad estendere il reato di intermediazione lavorativa illegale anche alle aziende agricole, mentre non interviene sostanzialmente sulle condizioni istituzionali, economiche e sociali, nelle quali prendono forma, tanto il caporalato, quanto, più in generale, i processi di sfruttamento in agricoltura».

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