Un politico che voglia essere anche un buon comunicatore dovrebbe stare molto attento all’uso che fa dell’aneddotica. Un suo utilizzo troppo leggero ha provocato l’infortunio comunicativo in cui è incorso il ministro del Lavoro Giuliano Poletti (dal quale hanno preso il via polemiche francamente inaccettabili). Il punto è che quella che è stata pronunciata come fosse una battuta innocua, una considerazione spiccia usata come appoggio per dire qualcos’altro, è in realtà una brutale semplificazione di un problema complesso, ossia il fenomeno di emigrazione di giovani italiani con un livello di formazione medio-alto. L’ingenuità del ministro, ce lo permetterà, è stata pensare che, dopo aver detto parole molto nette all’indirizzo di chi lascia l’Italia («Conosco gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi. Bisogna correggere un’opinione secondo cui quelli che se ne vanno sono sempre i migliori»), l’attenzione potesse andare poi alla seconda parte della sua dichiarazione, quella in cui ha inteso elogiare e in qualche modo riscattare chi invece resta («Se ne vanno 100 mila, ce ne sono 60 milioni qui: sarebbe a dire che i 100 mila bravi e intelligenti se ne sono andati e quelli che sono rimasti qui sono tutti dei “pistola”»).

Non dubitiamo della buona fede di Poletti nel voler incentrare su questa seconda parte il senso del suo discorso, ma era inevitabile che, nel successivo lavoro di decostruzione e ricostruzione del messaggio operato dai media, l’accento finisse sulla «gente che è andata via e che è bene che stia dove è andata, perché sicuramente questo Paese non soffrirà a non averli più fra i piedi». Inevitabile perché se si sollecita l’animo di chi ha dovuto fare una scelta difficile e sofferta (per quanto magari rivelatasi poi felice), non ci si può aspettare che non vengano fuori i tanti “sassolini” che molti italiani all’estero hanno nei confronti dell’Italia e della sua classe dirigente (problema che ha radici ben più profonde dell’attuale legislatura). Occhio alle frasi che cominciano con «conosco gente che…», dunque, soprattutto se ricopri una carica pubblica e davanti a te c’è un microfono acceso.

Allora ricominciamo: un politico che voglia essere anche un buon comunicatore, e voglia veicolare informazioni vere e utili, si basa su dati e rilevazioni serie, come quelle che raccoglie periodicamente l’Istat. Ci sono per giunta ricercatori e studiosi (italiani, che magari hanno fatto un periodo di studio e lavoro all’estero, ma senza del tutto lasciare l’Italia né restandone schiacciati dentro) che li elaborano, pubblicano le proprie considerazioni e aiutano a farsi un’idea di come stanno le cose. Proprio nei giorni successivi all’uscita di Poletti, sul sito Lavoce.info sono comparsi due articoli scritti a più mani, in cui si analizza il fenomeno dato da questo tipo particolare di emigrazione e i problemi che implica.

Seppure chi resta in Italia senz’altro non è un “pistola” (cioè uno stupido, per chi non fosse di area lombarda), è però vero che a “scappare” dall’Italia sono per la maggior parte persone giovani e con un livello d’istruzione medio-alto. «Solo nel 2015, hanno espatriato 107.529 connazionali, con un incremento del 6,2 per cento rispetto all’anno precedente». E sono proprio le migliori condizioni di vita e di lavoro le principali molle che fanno scattare l’idea di partire: «Chi emigra guadagna il 36 per cento in più (dato in crescita rispetto al valore del 27 per cento registrato nel 2011). Non è solo una questione di redditi. I nostri modelli statistici indicano che chi emigra all’estero svolge più spesso lavori più qualificati (+6,8 per cento) e percepisce di avere migliori opportunità di carriera (+21 per cento). […] nove laureati emigrati su dieci (89,6 per cento) dichiarano di essere partiti proprio per trovare lavori più qualificati». Decisamente non dei “pistola” neanche i nostri connazionali all’estero, sembrerebbe. I dati evidenziano però anche altri fattori, che aiutano a vedere meglio il quadro: «Poiché tendono a emigrare gli individui maggiormente istruiti o che comunque sono dotati di abilità che trovano una buona remunerazione all’estero, le aree geografiche stagnanti perdono capitale umano a favore di quelle caratterizzate da più elevata crescita».

In sostanza, il fatto che siano sempre di più i giovani che lasciano l’Italia deve preoccuparci, perché è lo specchio di una perdita di speranza sulla possibilità di poter costruire qualcosa qui. Inoltre l’Italia soffre di un drammatico squilibrio al suo interno, che produce una dinamica di migrazione interna da Sud a Nord che riproduce e anticipa quella dall’Italia verso l’estero. La situazione economica del luogo in cui si nasce e si cresce è determinante per le scelte dell’individuo e le statistiche mostrano che quest’ultimo, se percepisce che dove si trova non ha prospettive, probabilmente si sposterà. Se è a Sud punterà probabilmente a Nord, se è a Nord penserà di lasciare il nostro Paese. In questo modo i problemi si scaricano due volte sul Meridione, che deve scontare in partenza una situazione economica molto problematica, e in più si vede svuotato dai suoi soggetti migliori, attratti dalle possibilità di sviluppo promesse a qualche centinaio di chilometri. Chi lascia la propria terra d’origine spesso è anche colui che avrebbe le caratteristiche giuste per cambiarla. È una voce di protesta che abbandona il coro, un candidato (o anche solo un elettore) di vedute più aperte in meno per il suo collegio elettorale. Insomma, il problema non è tanto stabilire chi è o non è il “pistola” della situazione, ma fare qualcosa per creare opportunità dentro i nostri confini, in modo che chi parte sia invogliato a pensare anche al biglietto di ritorno.

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