Dopo due settimane di conferenze, discussioni, proteste e accordi, conclusi con la sigla di un nuovo Patto per il clima firmato da 197 paesi, è difficile dire quale sia stato l’esito della COP26 di Glasgow. Il sito The Conversation ha sintetizzato cinque cose da sapere rispetto alla conferenza, per non perdersi nella confusione.

1. Sulla riduzione delle emissioni si fanno progressi, ma insufficienti

Il Patto per il clima di Glasgow segna una tappa di un processo progressivo, non il momento di svolta necessario a frenare i peggiori impatti del cambiamento climatico. Il governo del Regno Unito, ospite e quindi presidente della COP26, ha voluto “tenere in vita” l’obiettivo degli 1,5°C, deciso alla COP21 di Parigi del 2015. Nel migliore dei casi possiamo però dire che l’obiettivo sia in fin di vita: il cuore batte ancora ma non ha molte speranze di farcela.

Nonostante gli impegni per il raggiungimento della neutralità carbonica presi da alcuni grandi paesi durante la COP26, nei prossimi anni la curva delle emissioni tenderà al limite a stabilizzarsi, non certo a scendere.

La prospettiva a lungo termine può anche destare un po’ di ottimismo, ma da qui al 2030 difficilmente si otterranno grandi obiettivi di riduzione delle emissioni.

2. Ci sono margini per ulteriori tagli delle emissioni nel prossimo futuro

Il testo finale del Patto di Glasgow rileva che gli attuali piani nazionali per il clima sono lontani da quanto necessario per mantenere l’aumento delle temperature sotto 1,5°C. Chiede quindi che l’anno prossimo (invece che tra cinque anni come accade di solito) i paesi presentino nuovi piani aggiornati.

È un modo per provare a tenere in vita quell’obiettivo per altri 12 mesi, durante i quali è possibile che i governi si diano obiettivi e politiche più ambiziose rispetto al decennio in corso.

Si è inoltre rotto il tabù che impediva di parlare della fine dei combustibili fossili come obiettivo. Una buona notizia, anche se il Patto afferma che l’uso del carbone dovrebbe essere “gradualmente ridotto”, così come i sussidi per i combustibili fossili. Una formulazione più debole rispetto alle proposte iniziali, che parlavano di uscita dal carbone.

3. I paesi ricchi continuano a ignorare le proprie responsabilità storiche

I paesi in via di sviluppo hanno chiesto finanziamenti per pagare “perdite e danni”, come i costi delle conseguenze dei cicloni e dell’innalzamento del livello del mare. I piccoli stati insulari e i paesi vulnerabili al cambiamento climatico dicono che la causa di tali eventi sono le emissioni storiche dei maggiori inquinatori e quindi chiedono finanziamenti.

I paesi sviluppati, guidati dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea, hanno fatto resistenza nell’assumersi qualsiasi responsabilità per queste perdite e danni, e hanno posto il veto alla creazione di un nuovo strumento per sostenere le nazioni vulnerabili, nonostante sia stato richiesto dalla maggior parte dei paesi.

4. Scappatoie alle regole del mercato del carbone potrebbero minare il progresso

Ci sarà ancora la possibilità per le industrie fossili di pagare delle quote per compensare i danni ambientali provocati dalle emissioni. Durante la COP26 è stato modificato l’articolo 6 dell’Accordo di Parigi, che si occupava della questione, chiudendo le falle peggiori. Ma lo spazio per le aziende più inquinanti per giocare con le compensazioni resta.

5. Bisogna ringraziare gli attivisti per il clima

I paesi più potenti si stanno muovendo troppo lentamente e hanno preso la decisione politica di non sostenere un cambio di passo sia nelle emissioni di gas serra che nei finanziamenti per aiutare i paesi poveri ad adattarsi al cambiamento climatico e a lasciarsi alle spalle l’era dei combustibili fossili.

Ma c’è una forte spinta in tal senso da parte della popolazione, e in particolare dagli attivisti per il clima. A Glasgow si sono viste enormi proteste, sia con la marcia dei giovani dei Fridays for Future, sia con la Giornata globale di azione del sabato, superando di molto le aspettative in termini di partecipazione.

I prossimi passi degli attivisti e del movimento per il clima saranno importanti. Senza queste iniziative che fanno pressione sui paesi e le aziende, anche alla COP27 in Egitto, non riusciremo a frenare il cambiamento climatico e a proteggere il nostro prezioso pianeta.

(Foto di COP26 su flickr)

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