Il caso della denuncia per violenza sessuale contro due carabinieri a Firenze, accusati da due studentesse statunitensi di averle stuprate nella notte tra il 6 e il 7 settembre, sta proseguendo il suo iter. Il giudice per le indagini preliminari di Firenze, Mario Profeta, nei giorni scorsi ha dato un’indicazione di fondatezza rispetto alle accuse. Nell’ordinanza del 30 settembre in cui rifiutava la richiesta di incidente probatorio, Profeta aveva infatti scritto che considerava «estremamente verosimile l’ipotesi che i rapporti sessuali» fossero avvenuti «contro la volontà o comunque senza un consapevole valido e percepibile consenso delle due ragazze» e aveva invece praticamente escluso «l’ipotesi di una macchinazione».

Non è però sulla questione giudiziaria della vicenda che vogliamo soffermarci, bensì su un aspetto più laterale che riguarda l’istituto del Codice rosa, applicato dall’ospedale in cui sono state portate le ragazze non appena hanno denunciato il reato. Del Codice rosa si parlò molto nel 2015, quando la deputata Fabrizia Giuliani (Pd) propose un emendamento alla legge di Stabilità 2016, che prevedeva l’istituzione a livello nazionale in tutti gli ospedali di tale procedura di assistenza per le donne che si presentano al pronto soccorso dopo aver subito una violenza sessuale. La misura prevedeva, in sostanza, che assieme alle normali procedure sanitarie e psicologiche previste in questi casi, fosse convocato anche del personale giudiziario.

Nel cercare materiale relativo a quell’emendamento, abbiamo fatto una certa fatica a capire se la proposta, dopo l’approvazione in Commissione, fosse effettivamente entrata nel testo definitivo della legge. In rete si trovano articoli che ne parlano come se questo fosse avvenuto, o comunque lo danno per certo, ma nel testo pubblicato in Gazzetta ufficiale l’articolo 451-bis non compare. Così come non lo si trova nel documento di sintesi degli emendamenti approvati dalla V Commissione bilancio alla legge di Stabilità 2016. Possiamo dunque concludere con una certa sicurezza che l’emendamento, alla fine, non sia passato. Ciò che in quel “magma informativo” si trova invece facilmente sono le polemiche scattate in quei giorni.

Molte associazioni che si occupano di violenza sulle donne, tra cui i centri anti violenza, si schierarono contro la proposta che, secondo loro, avrebbe scavalcato l’apporto (fondamentale e imprescindibile, sia chiaro) di chi opera nel settore da decenni, per consegnare le donne vittime di abusi a un percorso obbligato che ha come unico risultato la denuncia. Giustamente, chi si occupa di questi temi da decenni sollevava il problema di sicurezza che si innesca per una donna che denuncia, quando l’accusato (come spesso capita) è il compagno o comunque una persona ben conosciuta dalla vittima. Il tema compariva ancora in un articolo pubblicato sul sito di D.i.Re (Donne in rete contro la violenza) il 2 marzo di quest’anno: «I centri antiviolenza, associati a D.i.Re, e non solo, denunciano la presenza di un forte rischio di burocratizzazione e istituzionalizzazione. Hanno intercettato e contrastano il pericolo di svuotamento del valore politico e il depauperamento degli spazi di libertà per le donne all’interno dei centri. Ciò in forza delle pressioni e dei tentativi di controllo istituzionale. Il codice rosa è un esempio. Esso apre un percorso di medicalizzazione, di psicologizzazione e patologizzazione, che toglie alle donne la libertà di scegliere un percorso autonomo e individuale di uscita di violenza». Non vogliamo certo mettere in secondo piano le considerazioni degli operatori, però ci sembra opportuno rimarcare come in certi contesti, se applicato in maniera non rigida e in sinergia con il mondo delle associazioni, il Codice rosa può essere uno strumento importante per l’emersione di casi di violenza sessuale.

La Toscana lo applica dal 2012, e da allora è diventato uno strumento importante per contrastare il fenomeno. In realtà l’idea è nata proprio dalla Toscana, per diventare nel 2014 un protocollo nazionale, adottato anche in altre parti d’Italia. In una nota pubblicata dalla Regione Toscana ad agosto del 2016, si citavano i centri antiviolenza proprio nelle primissime righe: «Il “Codice Rosa” è un percorso di accoglienza al pronto soccorso dedicato a chi subisce violenza, che si colloca e si armonizza con la storica rete dei centri antiviolenza e delle altre associazioni di volontariato e solidarietà. Parte da una stanza dedicata all’interno del pronto soccorso, nella quale accedono tutti gli specialisti che dovranno visitare la/il paziente. Il suo punto di forza è una task force interistituzionale, una squadra formata da personale socio-sanitario (infermieri, ostetriche, medici, assistenti sociali, psicologi), magistrati, ufficiali di Polizia giudiziaria impegnati in un’attività di tutela delle fasce deboli della popolazione, quelle che possono essere maggiormente esposte a episodi di abuso e violenza: donne soprattutto, ma anche minori, anziani, persone vittime di abusi e discriminazioni sessuali». Questi gli ultimi dati disponibili: «Nel 2016, gli accessi per Codice Rosa nei pronto soccorso degli ospedali toscani sono stati in tutto 3.451, di cui 2.938 adulti, nella stragrande maggioranza donne (2.802 maltrattamenti, 111 abusi, 25 stalking) e 513 minori (439 maltrattamenti e 74 abusi). Nel 2015 gli accessi erano stati 3.049: 2.623 adulti e 426 minori».

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