Il cosiddetto reddito di cittadinanza, introdotto nel 2019, dopo un’accoglienza più o meno calorosa da parte delle diverse forze politiche e delle organizzazioni della società civile, appare ormai un punto fermo nelle politiche assistenziali da parte dello Stato. Da più parti, però, si invocano da tempo interventi correttivi per migliorare questo strumento.

In particolare, gli aspetti principali su cui si concentrano le richiese di modifiche riguardano il miglioramento dei requisiti di accesso, al fine di raggiungere più persone in stato di povertà, e un più efficace meccanismo di inserimento lavorativo.

Quante persone lo ricevono?

Come scrive ValigiaBlu, «Secondo i dati più aggiornati dell’Inps (qui scaricabili), a luglio 2021 più di 1,2 milioni di famiglie beneficiavano del reddito di cittadinanza, con oltre 2,9 milioni di persone coinvolte. I dati salgono rispettivamente a quasi 1,4 milioni e a poco più di 3 milioni se si prendono in considerazione anche i beneficiari della pensione di cittadinanza. Considerando entrambe le misure, l’importo medio del beneficio mensile era di circa 548 euro. […]

Ad oggi esistono alcune stime che cercano di quantificare quanti poveri assoluti sono effettivamente raggiunti dal reddito di cittadinanza (quello che in gergo tecnico si chiama “efficienza” della misura), e quanti no. Secondo le simulazioni dei due economisti Massimo Baldini, dell’Università di Modena e Reggio Emilia, e Giovanni Gallo, dell’Università “La Sapienza” di Roma, contenute nel Rapporto Caritas sul reddito di cittadinanza, uscito a luglio scorso, poco più della metà dei poveri assoluti (oltre 5,6 milioni di persone in Italia, ndr) non beneficiano del reddito di cittadinanza.

Sempre secondo i calcoli di Baldini e Gallo, il 36 per cento dei beneficiari del reddito di cittadinanza non sarebbero poveri nel senso assoluto del termine. Questo non vuol dire che necessariamente siamo di fronte a truffe o frodi: per come è stato disegnato il reddito di cittadinanza e promesso dal M5s – ossia 780 euro di erogazione per un cittadino singolo – si è arrivati ad avere una misura che raggiunge persone che povere assolute non sono».

I temi principali

Più nel dettaglio, si segnala la posizione di particolare svantaggio rappresentata dall’accesso alla misura di assistenza da parte di stranieri. Al momento della domanda, infatti, uno straniero deve essere residente da almeno dieci anni in Italia, di cui gli ultimi due in modo continuativo. Si tratta di criteri molto stringenti, che fanno sì che ad oggi meno del 15 per cento dei beneficiari di reddito di cittadinanza sia straniero. A fronte di questo, secondo i dati Istat quasi il 27 per cento delle persone in stato di povertà assoluta in Italia sono stranieri.

Altre questioni dibattute sono quelle relative alla “scala di equivalenza”, ossia il diverso peso che i componenti della famiglia hanno nella valutazione del diritto all’accesso. La norma, per com’è costruita ora, premia eccessivamente i single a discapito delle famiglie con minori.

Sono stati inoltre espressi dubbi sull’Isee come strumento per valutare correttamente l’entità del patrimonio. Questo, tra le altre cose, prevede di utilizzare la dichiarazione dei redditi risalente a due anni prima di quando si fa domanda per il reddito di cittadinanza. Ciò fa sì che la situazione patrimoniale valutata sia potenzialmente molto lontana da quella corrente del candidato.

La capacità del reddito di cittadinanza di traghettare le persone verso un nuovo impiego è stata tra le potenzialità più sostenute ai tempi della sua introduzione, ma nei fatti è stata spesso criticata, per vari motivi. Secondo ValigiaBlu, «non è chiaro quale sia stato l’effettivo contributo dei navigator – i tutor che seguono i percettori del reddito di cittadinanza – nell’aiutare i beneficiari del sussio a trovare un’occupazione, che nella maggior parte dei casi è stata a tempo determinato. Inoltre, come abbiamo spiegato in passato, uno dei maggiori problemi delle politiche attive per il lavoro legate al reddito di cittadinanza è che una buona parte dei percettori non sono immediatamente collocabili sul mercato del lavoro».

Quest’ultimo tema è ripreso anche da un articolo de Lavoce.info, che invita a notare che la maggior parte di chi ha ottenuto il sostegno economico risulta difficilmente avviabile verso un percorso professionale, mentre molti richiedenti del reddito erano in stato di povertà assoluta pur avendo un lavoro.

Le proposte

L’articolo de Lavoce propone di spostare la riflessione su quattro punti apparentemente più laterali, ma che interagendo con la norma sul reddito di cittadinanza contribuirebbero a migliorarne l’efficacia: «1) l’approvazione di una legge salariale minima, per limitare il fenomeno dei working poor, gli occupati con almeno una settimana contributiva richiedenti il reddito che presentano retribuzioni tanto basse da rappresentare una quota pari al 12 per cento delle retribuzioni annue medie dei lavoratori del settore privato in Italia (35.050 euro, Istat 2018); 2) la definizione di un sistema di ammortizzatori sociali previdenziali-assistenziali più universale, per alleggerire il peso sull’Rdc del lavoro povero contingente e dei soggetti che terminano l’utilizzo degli strumenti assicurativi ordinari; 3) la definizione di un accesso meno selettivo al reddito di cittadinanza in termini di anni di residenza in Italia, riprendendo l’esperienza del reddito di emergenza o del reddito minimo vitale in Spagna, che richiedono invece un anno di residenza; 4) un sistema di attivazione pubblico-privato selettivo, prioritariamente indirizzato verso inserimenti occupazionali di qualità in termini di consistenza e persistenza della prestazione lavorativa, per evitare che la spesa pubblica finanzi inserimenti lavorativi radicalmente contingenti, che richiedono successivamente ulteriore spesa pubblica per attuare nuovi interventi di reddito minimo allo stesso beneficiario (il 70 per cento delle attivazioni dei beneficiari dell’Rdc si riferisce a rapporti lavorativi fino a 6 mesi)».

Anche l’Alleanza contro la povertà in Italia ha stilato una lista di proposte di riforma del reddito di cittadinanza, che si può leggere qui.

(Foto di The New York Public Library su Unsplash )

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