Capita di trovarsi in quelle situazioni in cui non si riesce a dire di no, per il timore di risultare sgarbati. Accade quando si sta cercando disperatamente di lavorare a quel documento in sospeso da tanto tempo e arriva un collega a chiedere un parere su qualcosa a cui sta lavorando. Lui o lei esordisce con “avresti un attimo per guardare questa presentazione e darmi un parere?”. La risposta dovrebbe essere “in questo momento no, mi dispiace”, e invece dalla bocca esce un entusiasta “certo, fammi vedere!”. Nel frattempo, il documento langue e sale la frustrazione. È un esempio, ma esistono mille varianti di questa situazione. Il punto è che dire di no, se non ci si è abituati, è dannatamente difficile. Come scrive la docente di filosofia Rebecca Roache su Psyche, le donne hanno più problemi con l’assertività rispetto agli uomini: uno studio del Gender Action Portal dell’Università di Harvard ha rilevato che, nelle trattative salariali, le donne tendono a cedere prima degli uomini, cercano di prevenire eventuali reazioni negative e sono scoraggiate dalla percezione diffusa dell’assertività come tratto poco femminile.

Il background filosofico

Nella sua Etica Nicomachea, Aristotele si interroga su come vivere bene. La risposta è che ci vuole un carattere virtuoso.  Egli individua le virtù come quei tratti del carattere che si situano nel punto medio tra due vizi. Il tatto è una virtù, che si trova a metà tra la disonestà e la “brutale onestà”. Il coraggio sta tra l’imprudenza e la codardia, la cordialità tra l’arroganza e l’ossequiosità, ecc. L’idea che la virtù stia nella moderazione si ritrova anche in altre correnti filosofiche, come il confucianesimo, il buddismo e l’islam.

Ciò che mette in difficoltà, nella gestione dell’assertività, è l’ansia provocata dalla richiesta altrui di disponibilità. L’ansia, spiega Roache, ci porta a ragionare con una mentalità “tutto o niente”: vorremmo farci valere, ma abbiamo paura di essere arroganti se lo facciamo, così le nostre opzioni si riducono a una scelta binaria tra darla vinta subito o mostrarsi arroganti, e finiamo per essere troppo accomodanti. Il pensiero “tutto o niente” è un sintomo comune ad alcuni disturbi della personalità. È un residuo di come vedevamo il mondo da bambini, quando le persone erano “buone” o “cattive”. Crescendo si impara a vedere le sfumature tra gli estremi, ma tutti a volte cadiamo nel pensiero “tutto o niente”.  Ricordare a se stessi che l’assertività, come l’onestà, non è un concetto binario, e che la virtù sta nella moderazione, è un modo in cui un approccio aristotelico può aiutarci a essere adeguatamente assertivi.

Il problema è che restare nel giusto equilibrio tra disonestà e brutale onestà, codardia e imprudenza, arroganza e ossequiosità, non è una capacità innata. Bisogna sviluppare delle abitudini per arrivarci, e questo richiede pratica. Aristotele ha sottolineato l’importanza della comunità, dell’educazione e dei modelli esemplari in questo processo. Circondandoci di persone virtuose, seguendo il loro esempio e attingendo ai loro consigli e alla loro guida, impariamo a essere virtuosi.

Consigli pratici

In primo luogo entrano in gioco i modelli positivi. Le persone poco assertive di solito conoscono molte persone assertive. Per quanto si sia “affezionati” alla percezione di se stessi come persone non assertive, la nostra consapevolezza di come appare l’assertività in altre persone può aiutarci ad abbandonare quell’idea. «Quel collega o autore o personaggio di fantasia che avrebbe rifiutato il lavoro extra che hai appena assunto – chiede Roache – come l’avrebbe fatto, esattamente? Cosa avrebbe detto? Quale linguaggio del corpo avrebbe usato? Una volta che l’hai capito, fai lo stesso anche tu». Concentrarsi sul proprio modello è un modo efficace per sfuggire al pensiero “tutto o niente”. Quando ti ritrovi a pensare “Se mi faccio valere, sembrerò arrogante”, ricorda che il tuo modello non è arrogante.

Ma cosa succede se non sei quel tipo di persona? E se fosse che proprio perché tutti sanno che sei accomodante vengono da te con le loro richieste? Bisogna abbandonare questi pensieri: «Non sei vincolato dal tuo comportamento passato o dalla percezione che gli altri hanno di te. Ricorda: le virtù devono essere imparate, e si imparano praticandole. Non appena ti comporti in modo assertivo, stai iniziando a essere una persona assertiva. Quando diciamo cose come “Lei o lui è una persona assertiva”, ciò che intendiamo è che agisce assertivamente con frequenza e senza sforzo apparente. Ma questo significa solo che ha sviluppato l’abitudine all’assertività. È qualcosa che puoi fare anche tu, attraverso la pratica, un atto di assertività alla volta».

Ci sono strategie che si possono usare per accrescere la propria assertività. Spesso, quando qualcuno fa una richiesta durante una conversazione faccia a faccia, ci si sente “messi alle strette”: o si dice no subito, o si è condannati a un altro peso indesiderato. Ma è un altro esempio di pensiero “tutto o niente”. «Il tuo modello esemplare non si vedrebbe come messo alle strette, giusto? Saprebbe che se qualcuno le sta chiedendo qualcosa, ha il diritto di passare del tempo a pensarci. Forse direbbe: “Parliamone domani”, oppure: “Chiedimelo di nuovo tra una settimana”. Se una risposta è richiesta subito, faccia a faccia e senza tempo per pensare, prova a fare un respiro, a impersonare il tuo modello e a dire: “Non mi ci posso mettere in questo momento”».

In definitiva non è possibile impedire alle persone di chiedere parte del nostro tempo e della nostra energia, ma si possono sviluppare le abilità per proteggersi. Farlo non è arrogante, né egoista, poco collaborativo o nessuna delle altre cose di cui ci si preoccupa normalmente. Bisogna pensare al punto medio aristotelico, ai modelli di assertività, all’esperienza che si sta accumulando ogni volta che si dice no. E poi ognuno di questi no libererà del tempo che si potrà finalmente investire nei progetti e negli interessi che ci stanno a cuore.

(Foto di Monstera su Pexels)

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