Per molte persone mangiare non è solo un piacere, ma anche un problema. Cedere a un consumo eccessivo e disordinato di cibo è spesso un modo per nascondere a se stessi un disagio più profondo. La psicanalista Nina Savelle-Rocklin, specialista dell’argomento, ha pubblicato un articolo su Psyche  in cui spiega alcuni aspetti della questione, offrendo delle strategie per affrontarla. In particolare, l’autrice si sofferma su quello che chiama emotional eating, un disturbo in cui la persona si rifugia nel consumo eccessivo di un certo alimento per coprire uno stato emotivo che non riesce ad affrontare, salvo poi provare un senso di colpa per il proprio comportamento. Spesso tendiamo a cercare di spiegare questo tipo di comportamenti in modo logico, mentre la loro causa è psicologica, e quindi richiede un altro tipo di interpretazione. Il modo migliore per affrontare il problema, spiega Savelle-Rocklin, è chiedere l’aiuto di un terapeuta, per approfondirne le motivazioni profonde. Di seguito però riprendiamo i consigli pratici che l’autrice suggerisce di seguire per cominciare il percorso.

Basta con le diete

La maggior parte delle diete fallisce. Nel breve periodo sembrano funzionare, ma poi quasi sempre si finisce per riprendere i chili persi. Questo perché, dal punto di vista psicologico, la dieta è associata al concetto di privazione. Il risultato è che porterà a pensare costantemente al cibo (a cui si sta rinunciando), con la conseguenza di volerlo ancora più di prima. Le diete prendono in considerazione solo il cibo, e non le cause psicologiche di comportamenti alimentari sballati. Invece di fare diete, meglio provare a capire perché stiamo mangiando in eccesso.

Decifra il codice dell’abbuffata compulsiva

Bisogna provare a capire qual è il legame tra il proprio stato emotivo e l’alimentazione scorretta. Ogni volta che ci si rende conto di essere in quel comportamento, è bene prendere nota di quali sono i sentimenti che si stanno provando, per capire se ci sono degli schemi che si ripetono. Molti, per esempio, mangiano in eccesso per soffocare i propri stati emotivi. In una società in cui esprimere i propri sentimenti è spesso associato a un elemento di debolezza, mangiare può diventare un modo per dissociarsi da una situazione emotiva che non si sa gestire. Il risultato è che poi quelle emozioni negative saranno riversate su se stessi, non appena ci si rende conto di avere (di nuovo) mangiato in eccesso. Coltivare modi sani di esprimere le proprie emozioni può essere d’aiuto. Si può parlare con una persona cara, oppure tenere un diario dei propri pensieri ed emozioni, o imparare a rivolgersi a se stessi in modo compassionevole.

Capire quali sentimenti si vogliono evitare

Spesso alla base di un’alimentazione eccessiva ci sono sentimenti di solitudine, insoddisfazione o un senso di vuoto interiore, che vengono simbolicamente riempiti col cibo. Per altre persone, mangiare è un modo per fare i conti con il senso di impotenza che le accompagna. È un sentimento molto comune, visto che chiunque attraversa ogni giorno momenti in cui non è padrone di ciò che gli succede attorno. A volte alla base del disturbo alimentare c’è un generico senso di noia. Savelle-Rocklin spiega che dietro quest’ultimo ci sono di solito stati emotivi che vanno dalla solitudine al senso di vuoto o all’ansia. Bisogna quindi, invece di mangiare, affrontare queste sensazioni sottostanti.

Mangiare per conforto

La nostra prima esperienza con il cibo, da bambini, è legata a sentimenti di amore e connessione. Quando si ha bisogno di conforto, dunque, optare per il cibo è un modo per tornare a quegli stati iniziali della vita. È anche un modo per sostituire il cibo alle persone: queste ultime sono spesso imprevedibili, inaffidabili, non disponibili. Il cibo rappresenta l’opposto: una fonte di conforto sempre pronta e disponibile.

Imparare altri modi per calmarsi

Spesso si cerca il cibo al fine di calmarsi. La chiave qui è trovare altri modi per appacificarsi, per esempio usando le parole invece del cibo. Spesso chi ha disturbi alimentari parla a se stesso in seconda persona, accusandosi per la propria incapacità di limitarsi e affrontare i problemi. Talvolta quelle frasi rappresentano la voce di qualcun altro, che magari ha accompagnato la persona per un periodo della vita e che è stata introiettata. Un consiglio è immaginare di dire quelle stesse cose a un amico o qualcuno a cui si vuole molto bene. Probabilmente, si userebbero parole più morbide e meno severe nei suoi confronti. Bisogna iniziare a occuparsi di se stessi allo stesso modo, anche cambiando di conseguenza il tono della voce.

Trovare alternative al cibo

Il cibo può essere una risposta a un bisogno fisico. Se si è stanchi e assonnati, invece di mangiare, meglio fare un sonnellino. Se si è tesi, ci si può fare una tisana o una serie di esercizi rilassanti per il corpo (su YouTube ci sono tonnellate di video utili). La nostra società spesso usa il cibo per celebrare momenti importanti o premiare risultati raggiunti. Non c’è niente di male in questo. Se però si ha un problema con il cibo, si possono considerare altre opzioni, per esempio concedersi un programma televisivo divertente, o fare una passeggiata, o lasciarsi andare a una lettura piacevole e non impegnativa.

(Foto di Anna Sullivan su Unsplash)